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mercoledì 12 dicembre 2018
News

Diritto Penale


Misure cautelari, motivazione per relationem e competenza giudiziale: la decisione della Consulta
Con l’ordinanza n. 214 del 22 novembre 2018, la Corte costituzionale dichiara inammissibili le q.l.c. sollevate dal Tribunale di Brescia relativamente alla motivabilità del provvedimento cautelare da parte del giudice competente attraverso la riproduzione integrale dell’ordinanza precedentemente emessa dal giudice incompetente. Sebbene la Consulta non approfondisca la problematica nel merito, dalla lettura complessiva delle carte processuali emerge comunque la necessità che sussista un “percorso argomentativo adeguato, specifico e puntuale” che sia il seguito di una autonoma valutazione. L’obbligo di motivazione, che consente una verifica logico-giuridica dei presupposti normativi essenziali per disporre la restrizione della libertà personale, è strettamente connesso all’autorità giudicante investita della vicenda in quanto precostituita per legge. Quest’ultima, in ogni caso, può richiamare per relationem le valutazioni espresse da altri nei propri atti purché tale rinvio risulti consapevole, nonché congruo rispetto alle attuali emergenze probatorie e ai fini della decisione. La bontà del richiamo si deduce – secondo chi scrive – dall’autonomia valutativa con la quale viene disposto, che non dipende dalla relatio in sé ma dal discorso argomentativo complessivo che sorregge il provvedimento, nell’ambito del quale si inserisce altresì l’atto cui si fa riferimento e la dimostrazione del suo non acritico recepimento (per il tramite, ad esempio, di operazioni come l’aggiunta di considerazioni e di indicazioni specifiche ‘a commento’ degli stralci evocati).

Mucca scappa dall’allevamento e provoca la morte di un automobilista: responsabile il padrone
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato quella di primo grado, condannando la titolare di un allevamento per il reato di omicidio colposo (art. 589 bis c.p.) in quanto riconosciuta colpevole di non aver adeguatamente custodito gli animali, cagionando il decesso di un automobilista che, in orario notturno urtava violentemente contro una mucca che vagava incustodita sulla sede viaria, la Corte di Cassazione (sentenza 20 novembre 2018, n. 52122) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui il proprietario non può ritenersi responsabile dell'evento occorso, qualora egli abbia rispettato in modo preciso le prescrizioni dettate sulla custodia degli animali - ha diversamente ribadito che deve essere ritenuta sussistente un'ipotesi di responsabilità omissiva colposa, ex artt. 40, cpv. e 589 c.p., ogniqualvolta l'evento siasi verificato a causa dell'omessa vigilanza sul bovino da parte della persona che riveste una posizione di garanzia, in quanto proprietaria dell'animale.

Escluso il reato di comparaggio in relazione agli integratori alimentari
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato quella di primo grado, condannando il socio accomandatario e amministratore di una s.a.s. per aver, in concorso con altri, allo scopo di agevolare la diffusione dei prodotti ad uso farmaceutico, nella specie integratori alimentari, distribuiti dalla società indicata, posto in essere regalie, dato denaro o assicurato utilità economiche a medici del S.S.N. (c.d. reato di comparaggio), la Corte di Cassazione (sentenza 16 novembre 2018, n. 51946) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui tale reato non sarebbe configurabile perché nella specie le prescrizioni non avevano ad oggetto "specialità medicinali o altro prodotto ad uso farmaceutico" ma semplici integratori alimentari – ha infatti affermato che un integratore non è un farmaco, non é una specialità medicinale e non può essere considerato un prodotto ad uso farmaceutico, donde ne consegue che la condotta consistente nel corrispondere denaro e/o altra utilità allo scopo di agevolare la diffusione di specialità parafarmaceutiche costituite da integratori alimentari non é prevista dalla legge come reato.

Irrilevanti i precedenti di polizia per escludere la particolare tenuità del fatto
La mera presenza di denunzie nei confronti dell'imputato o di "precedenti di polizia", di cui si ignora l'esito, non può, di per sé, costituire elemento ostativo al riconoscimento dell'applicabilità della causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis c.p.; il giudice, quindi, ove risultino in atti denunzie o precedenti di polizia, ove sollecitato dalla difesa o anche di ufficio, deve verificare l'esito di tali segnalazioni, per trarne l'esistenza di eventuali concreti elementi fattuali che dimostrino, in ipotesi, la abitualità del comportamento dell'imputato (Cass. pen., sezione IV, sentenza 15 novembre 2018, n. 51526).

Lo strano caso dell’emendamento sul peculato
Riassunto delle puntate precedenti. Complice la votazione a scrutinio segreto, viene approvato a sorpresa alla Camera dei Deputati l’emendamento 1.272 al disegno di legge Anticorruzione d’iniziativa del Governo. Emendamento a firma dell’on.le Vitiello, iscritto al Gruppo Misto dopo la sospensione dal M5S. In questi giorni se ne è discusso molto, tra ipotesi di sospetti, tradimenti e sgambetti.

Si chiude con un nulla di fatto la vicenda Berlusconi a Strasburgo
Pronunciandosi sul noto caso “italiano” che vedeva coinvolto Silvio Berlusconi, ex Presidente del Consiglio dei Ministri, in cui si discuteva della legittimità della decisione del Senato di disporne la decadenza dalla carica di senatore della Repubblica in applicazione del D. Lgs. n. 235/2012, che prevedeva la perdita dell’elettorato passivo a causa della condanna irrevocabile per frode fiscale, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo (decisione 27 novembre 2018 n. 58428/13) ha deciso di cancellare la causa dal ruolo. Il Presidente Berlusconi si doleva in particolare del fatto che il provvedimento di decadenza adottato dalla Camera di appartenenza aveva violato l'art. 7 (nulla poena sine lege), l’art. 3 del Protocollo n. 1 (diritto alle libere elezioni) e l’art. 13 (diritto a un ricorso effettivo) della Convenzione EDU. I giudici europei, però, prendendo in considerazione le circostanze complessive del caso, in particolare la riabilitazione intervenuta in data 11 Maggio 2018 e la volontà del ricorrente di rinunciare alla domanda, hanno concluso che non vi fossero speciali circostanze riguardanti il mancato rispetto dei diritti umani che richiedevano la prosecuzione dell'esame del ricorso in conformità all'articolo 37 § 1. La Corte EDU ha quindi deciso di cancellare la causa dal ruolo.

Codice rosso: il ddl per la tutela delle vittime della violenza domestica e di genere
Il Governo presenta uno schema di disegno di legge — il “Codice rosso” — che, nelle intenzioni, dovrebbe contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Poche norme di natura esclusivamente precettiva e ordinamentale che difficilmente produrranno un effetto concreto.

Porto abusivo di coltello: il gommista non si salva dicendo che gli serve per lavoro
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di porto abusivo di coltello nei confronti del titolare di un’autofficina che era stato sorpreso con in tasca un coltello a serramanico, la Corte di Cassazione (sentenza 13 novembre 2018, n. 51393) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui il porto era giustificato in quanto il coltello gli serviva per rimuovere dalle gomme dei veicoli dal medesimo commerciati i sassolini e la ghiaia che si incastrano nei solchi del copertone – ha invece ritenuto corretta la soluzione dei giudici di merito secondo cui non poteva considerarsi convincente la versione quanto all'uso del coltello "per tagliare i tacchetti delle gomme", non essendo credibile che per un lavoro di officina si debba fare ricorso a un attrezzo di tali dimensioni, né peraltro l’affermazione di essersi dimenticato dell'oggetto in tasca può considerarsi rilevante in tema di reati contravvenzionali, puniti anche a titolo di colpa.

Il decreto sicurezza “Salvini”: DASPO ma non solo
Di rilievo nell’ambito del decreto sicurezza ”Salvini”, convertito in legge con modificazioni dall’art. 1, legge 1 dicembre 2018 n. 132, sono le disposizioni contenute negli articoli 21- 21 sexies, dirette a soddisfare le esigenze di sicurezza pubblica, sotto diversi profili.

Niente tenuità per chi, ubriaco, si mette alla guida di un SUV su una strada trafficata
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di guida in stato di ebbrezza nei confronti del conducente di un SUV che, in orario notturno, percorreva un’arteria stradale ad alta densità di traffico, la Corte di Cassazione (sentenza 12 novembre 2018, n. 51304) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici di merito non avevano riconosciuto la speciale causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis, c.p. - ha invece affermato che pur non essendo l'ora notturna astrattamente incompatibile con il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, ad escluderne la riconoscibilità militano le condizioni di tempo e quelle di luogo (nella specie, zona di traffico particolarmente intenso e veloce, prossimo a snodi stradali importanti), dovendosi ritenere tali elementi come moltiplicatori del rischio che la norma violata tende a scongiurare.

Va sospeso dalla professione il commercialista ideatore dei reati commessi dal cliente
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso l’ordinanza del tribunale del riesame che aveva accolto l’appello del PM, applicando all’indagato, esercente la professione di commercialista, la misura del divieto di esercitare la relativa professione per la durata di un anno, nell’ambito di un’indagine che aveva condotto ad accertare la sussistenza dei reati di intestazione fittizia ed autoriciclaggio, la Corte di Cassazione (sentenza 6 novembre 2018, n. 50065) – nel dichiarare inammissibile il ricorso della difesa, la quale sosteneva, per quanto qui di interesse, la mancanza delle esigenze cautelari, contestando la sussistenza del criterio di attualità sia perché il giudizio del tribunale si era fondato su un giudizio ipotetico, sia perché le società riconducibili al cliente e alla sua famiglia erano state tutte sequestrate – ha invece affermato che la misura cautelare (divieto di esercitare la professione di commercialista) va rapportata alla professione svolta dall’indagato ed alla natura dei reati contestati che sono stati ideati ed attuati dal ricorrente proprio in virtù della sua preparazione professionale, quindi, non l'opera di un improvvisato “quisque de populo”, ma l'opera di un professionista che, attingendo al proprio bagaglio professionale, consigli al cliente gli escamotages per sfuggire ai rigori della legge.

Diritto alla socialità del detenuto: va valutato anche al momento della decisione del giudice
In tema di detenzione in regime speciale di carcere duro, previsto dall’art. 41 bis, legge n. 354 del 1975, il diritto delle persone, sottoposte al predetto regime, di trascorrere all'aria aperta non più di due ore in gruppi non superiori alle quattro persone, presuppone che l'attualità del pregiudizio al diritto soggettivo del detenuto debba essere valutata tanto al momento della proposizione del reclamo al magistrato di sorveglianza quanto a quello della decisione sul merito di tale atto introduttivo del procedimento camerale, ciò al fine di consentire, in caso di fondatezza del reclamo, al giudice di ordinare all'amministrazione penitenziaria di porre rimedio alla violazione mediante specifiche prescrizioni suscettibili di esecuzione, eventualmente mediante lo specifico giudizio di ottemperanza previsto dall'art. 35-bis, commi 5, 6 e 7, ord. pen. (Cassazione penale, sezione I, sentenza 15 novembre 2018, n. 51627)

Niente tenuità per il “falso” avvocato
L'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art.131-bis c.p. non può essere dichiarata con riferimento al reato di abusivo esercizio di una professione, in quanto tale delitto presuppone una condotta che, in quanto connotata da ripetitività, continuità o, comunque, dalla pluralità degli atti tipici, è di per sé ostativa al riconoscimento della causa di non punibilità (Cass. pen., sez. II, 22 novembre 2018, n. 52619).

Offendere la reputazione commerciale di un imprenditore è concorrenza sleale e integra diffamazione
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di pace, giudicando in sede di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, aveva assolto un imputato dall’accusa di avere denigrato, in occasione dei colloqui avuti con alcuni soggetti, la reputazione commerciale di una società (art. 595 cod. pen.), la Corte di Cassazione (sentenza 7 novembre 2018, n. 50423) – nell’accogliere il ricorso della difesa della parte civile, secondo cui erronea era da ritenersi la sentenza assolutoria, atteso che deve considerarsi irrilevante ai fini della compiuta integrazione del reato il fatto che la dichiarazione pregiudizievole dell'altrui reputazione non sia destinata a diffondersi fra persone diverse dalle due persone che la percepiscono - ha invece affermato che l’offesa alla reputazione commerciale di imprenditore, costituente atto di concorrenza sleale, si ha anche quando le espressioni verbali di discredito dell'attività da questi svolta sono pronunciate nel corso di colloqui con due persone che sono tenute, per ragioni di riservatezza derivante dalla loro professione, a non divulgarne il contenuto a persone diverse dal committente l'attività da loro svolta, essendo solo necessario, ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, che le espressioni in discorso siano percepite da coloro cui esse sono rivolte.

Una renna in giardino per Natale? È reato
In tema di detenzione di animali, è vietata la detenzione di animali che costituiscono pericolo per la salute o la pubblica incolumità - ciò integrando il reato previsto dall’art. 6, legge n. 150 del 1992 -, a prescindere da ogni valutazione sulla loro concreta nocività e sulle specifiche modalità della loro custodia, a meno che non si sia in possesso di una autorizzazione all'allevamento di fauna selvatica a scopo alimentare, di ripopolamento, ornamentale ed amatoriale rilasciata dalla regione ai sensi dell'art. 17 legge 11 febbraio 1992 n. 157 (Cass. pen., sez. III, sentenza 7 novembre 2018, n. 50137).

Il volto del sistema penale e le riforme in atto
Una pur rapida rassegna delle riforme in atto nel campo del diritto penale sostanziale mette in luce le due direzioni di fondo lungo le quali le riforme si muovono: quella della moralizzazione attraverso lo stigma punitivo e quella della sicurezza, specialmente urbana. Un uso disinvolto e propagandistico del diritto penale in questa duplice direzione conferisce al sistema una fisionomia complessiva lontana dal volto costituzionale del diritto penale come desumibile dallo spirito, ancor prima che dal testo, dell’art. 27. Col rischio che anche l’eventuale giudizio di costituzionalità sia reso più difficile. Editoriale in corso di pubblicazione su Diritto penale e processo n. 1/2019. Approfitta dell'offerta "Tutto Diritto penale e processo": Rivista digitale (Abbonamento 12 mesi) + Raccolta annate on line, a soli € 240,00 +IVA

DDL Spazza-corrotti: la riforma della prescrizione
Il recente disegno di legge di riforma della corruzione (c.d. Spazza-corrotti - d.d.l. n. C. 1189, presentato dal Ministro della Giustizia Bonafede) desta l’interesse del penalista sotto molteplici aspetti.

Le spese di custodia cautelare per il mantenimento in carcere vanno pagate anche se si patteggia
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il tribunale aveva applicato ad un imputato, su richiesta concordata delle parti, la pena per il reato di detenzione a fine di cessione di stupefacente, inoltre condannandolo al pagamento delle spese di custodia in carcere, la Corte di Cassazione (sentenza 7 novembre 2018, n. 50314) – nel rigettare il ricorso della difesa, secondo cui doveva ritenersi illegittima ex art. 445, comma 1, c.p.p. la condanna dell'imputato al pagamento delle spese di custodia cautelare in carcere, poiché siffatte spese rientrerebbero tra le "spese processuali" che non possono essere posta e carico dell'imputato – pur dando atto dell’esistenza di due contrapposti orientamenti giurisprudenziali, ha ritenuto di condividere quello il quale ritiene che, a prescindere dalla durata della sanzione concordata ex art. 444 c.p.p., in caso di patteggiamento le spese di mantenimento in carcere dell'imputato devono essere in ogni caso poste a suo carico a prescindere dalla sanzione concordata, attesa la loro diversa natura rispetto alle spese processuali.

Ruba il bagaglio ad un passeggero disattento all’aeroporto: non è furto con destrezza
La Cassazione penale, con sentenza 21 novembre 2018 n. 52373, ritorna sul tema del furto con destrezza. La circostanza aggravante della destrezza viene riletta e richiede – a mente delle SS.UU. n. 34090/2017 – un comportamento dell’agente (attivo e contributivo dunque), posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia, avvedutezza, idoneo a sorprendere o attenuare eludere la sorveglianza sul bene.

Truffa contrattuale realizzata on-line: si consuma nel luogo dove il reo percepisce il pagamento
Pronunciandosi su un conflitto negativo di competenza sollevato da un GIP, conseguente alla richiesta di archiviazione proposta dal PM che aveva ritenuto rivestire mera rilevanza civilistica la denuncia-querela proposta da un soggetto che, dopo aver acquistato un bene su un sito web, mediante versamento sulla carta postepay del venditore, non si era visto recapitare la merce acquistata, la Corte di Cassazione (sentenza 5 novembre 2018, n. 49988) – nel risolvere detto conflitto negativo, accogliendo la prospettazione del GIP che lo aveva sollevato, il quale sosteneva che il delitto di truffa contrattuale realizzata on line si consuma nel luogo dove il reo percepisce il pagamento della persona offesa – ha infatti ribadito che nel delitto di truffa, quando il profitto è conseguito mediante accredito su carta di pagamento ricaricabile, il tempo e il luogo di consumazione del reato sono quelli in cui la persona offesa ha proceduto al versamento del denaro sulla carta, poiché tale operazione ha realizzato contestualmente sia l'effettivo conseguimento del bene da parte dell'agente, che ottiene l'immediata disponibilità della somma versata, e non un mero diritto di credito, sia la definitiva perdita dello stesso bene da parte della vittima.

È applicabile il 131 bis c.p. a chi impiega cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno?
La causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. può operare nel caso di impiego di cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno (?) La sentenza 20 novembre 2018 n. 52181 si occupa assai brevemente di una ipotesi confermata di esclusione della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p., lasciando tuttavia intravedere un ambito di applicazione dedicato ai casi ragionevolmente occasionali e non gravi.

Non colpevole il sorvegliato speciale che assiste “involontariamente” ad un comizio elettorale
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna inflitta in primo grado ad un soggetto, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, per aver violato la prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni in quanto era stato visto nel corso di un comizio pubblico nella piazza del paese ove abitava, la Corte di Cassazione (sentenza 30 ottobre 2018, n. 49731) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui non erano presenti nella specifica vicenda indicatori o elementi che potessero dare conto di una volontà di ribellione o di trasgressione alla prescrizione imposta - ha infatti affermato che tale prescrizione si risolve, alla luce del contenuto ampio ed elastico, in una compressione generalizzata di una libertà fondamentale, senza correlarsi all'aspetto della ritenuta pericolosità sociale e senza, soprattutto, dire per quale ragione essa imposizione si renda, nel singolo caso concreto, necessaria in funzione dell'attuazione del controllo di pericolosità.

Non viola il “ne bis in idem” la condanna penale inflitta al tifoso già sottoposto a Daspo
Pronunciandosi su un caso “croato” in cui venivano in rilievo le misure utilizzate in Croazia per combattere episodi di violenza sportiva, in cui si discuteva della legittimità della condanna penale inflitta ad un hooligan per un episodio di violenza contestatogli durante un incontro di calcio svoltosi nel 2012, dopo essere stato sottoposto ad un provvedimento amministrativo di interdizione dal partecipare ad eventi sportivi, applicato nei suoi confronti per lo stesso fatto, la Corte EDU ha dichiarato all'unanimità il ricorso inammissibile con decisione definitiva (decisione 8 novembre 2018 n. 19120/15). Il ricorrente, in particolare, si era lamentato in base all'articolo 4 del protocollo n. 7 (diritto a non essere giudicato o punito due volte) di essere stato processato e condannato due volte per aver causato disordini durante una partita di calcio nel 2012, dapprima in un processo penale e successivamente in un procedimento amministrativo che gli aveva interdetto la partecipazione ad eventi sportivi. La Corte ha concluso che l'articolo 4 del protocollo n. 7 non si applicava in questo caso perché non poteva affermarsi che il ricorrente fosse stato sottoposto ad un'accusa penale nel secondo procedimento. La misura applicata in tale procedimento non aveva comportato un'ammenda né aveva privato il ricorrente della sua libertà, ed era essenzialmente volta ad impedirgli di commettere ulteriori violenze, piuttosto che a punirlo una seconda volta per il reato commesso.

Padre ai domiciliari per la cura della prole: non è evasione se si allontana al massimo 12 ore
La Corte costituzionale, con la sentenza 22 novembre 2018 n. 211, estende al padre di prole di età inferiore ai dieci anni la limitazione della punibilità all’allontanamento dal domicilio che si protragga per non più di dodici ore.

Niente rinvio se il certificato medico dell’avvocato non prova l’assoluta impossibilità a comparire
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato quella di primo grado, che aveva condannato un imputato per reati in materia di sostanze stupefacenti, la Corte di Cassazione (sentenza 30 ottobre 2018, n. 49668) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici di merito non avevano riconosciuto il legittimo impedimento a comparire dovuto a malattia del difensore ritualmente certificata dal medico curante - ha infatti affermato che la richiesta di rinvio per impedimento a comparire dell’avvocato non può essere accolta ove l’impedimento non possa considerarsi assoluto, ossia quando il certificato medico non fornisce alcuna informazione sulla natura assoluta della impossibilità di comparire (come, nella specie, limitandosi ad attestare lo stato influenzale e la prognosi consigliata), senza nemmeno indicare il grado della febbre e a quale grave e non evitabile rischio per la salute possa andare incontro il difensore in caso di presenza all'udienza.

Violenza sessuale “per gioco”: la finalità di scherzo non esclude la rilevanza penale
Con la recente sentenza n. 51593 del 15 novembre 2018, la Suprema Corte ha confermato il consolidato orientamento di legittimità – ad avviso dello scrivente pienamente condivisibile – in virtù del quale la rilevanza penale delle condotte sessuali caratterizzate dai requisiti oggettivi di cui all'art. 609-bis c.p non può essere in alcun modo intaccata dalla finalità unica di gioco/scherzo perseguita dall'autore nel corso della commissione delle stesse. Anche le condotte di intrusione sessuale ioci causa, infatti, sono dolose in quanto caratterizzate dalla rappresentazione e volontà di costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali, una volta accertata la sussistenza dei requisiti connotanti la tipicità oggettiva della fattispecie criminosa in questione. Una siffatta esegesi, peraltro, è l'unica ammissibile a seguito della riforma dei reati sessuali del 1996, novella legislativa motivata innanzitutto dalla finalità di assicurare una piena tutela alle vittime di condotte lesive della libertà sessuale, tutela che sarebbe incongruamente ristretta qualora la si facesse dipendere dal tipo di finalità perseguita dal soggetto agente.

Il contrasto penalistico della tratta e del traffico di migranti nella stagione della chiusura delle frontiere
Di seguito l'articolo del Professore Stefano Manacorda pubblicato in Il diritto penale e processo, n. 11/2918, Ipsoa, Milano. Il decreto-legge su sicurezza e immigrazione n. 113/2018, restringendo notevolmente la possibilità di concessione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, insieme ad una serie di altre misure, limita fortemente l’accesso regolare degli stranieri in Italia. Il provvedimento si segnala, di converso, per l’assenza di qualsiasi iniziativa diretta a contrastare la tratta e il traffico di esseri umani. L’articolo presenta brevemente le iniziative di recente assunte dalla magistratura italiana, non senza difficoltà e polemiche, per sanzionare tali fenomeni, distinguendo tre scenari. Per condotte realizzate in acque internazionali, le decisioni giudiziarie relative al reato di cui all’art. 12 T.U. immigrazione hanno adottato, in termini non unanimemente condivisi, la teoria dell’autore mediato. Le iniziative giudiziarie si sono invece dovute spesso arrestare di fronte a condotte realizzate sul territorio o nelle acque territoriali dei paesi nordafricani da cui partono i natanti, uno scenario sempre più attuale. Infine, taluni procedimenti penali sono stati aperti a carico delle organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo, prospettiva che è qui sottoposta a vaglio critico. Tutto orientato alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, il rinnovato ‘slancio’ del legislatore consegna al dibattito pubblico una visione dello straniero come unico responsabile dell’immenso fenomeno migratorio e finisce per oscurare la tragica realtà delle traversate e dei naufragi nel Mar Mediterraneo.

Il padre si addormenta e il figlio si allontana uscendo di casa: è reato?
Il padre che, addormentandosi, perde di vista il figlio così da permettere che questi esca di casa andando sulla pubblica via, non commette il reato di abbandono di incapace di cui all’art. 591 c.p., essendo tale condotta negligente o imprudente, ma non anche dolosa, come richiesto dalla norma incriminatrice ai fini della sussistenza del reato. Così stabilisce la sentenza n. 702 del 2018 della I Sezione Penale del Tribunale di Bari.

Ingiusto negare al detenuto modello un permesso premio per visitare un monumento
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di Sorveglianza aveva confermato il provvedimento con cui il magistrato di sorveglianza aveva negato ad un detenuto il rilascio di un permesso premio per andare a visitare con il proprio professore universitario un monumento cittadino, la Corte di Cassazione (sentenza 26 ottobre 2018, n. 49146) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui se è ben vero che il beneficio in questione è finalizzato ad agevolare la progressione rieducativa, non deriva da ciò l'impossibilità di usufruirne per contingenti esigenze connesse ad interessi culturali - ha infatti affermato che è illegittimo negare il rilascio di un permesso premio per svolgere un'attività finalizzata a coltivare interessi culturali, atteso che la pretesa di inserire le attività in relazione alle quali il permesso è concedibile in schemi rigidamente previsti e predeterminati nel programma di trattamento snatura l'istituto.

Ingiusta detenzione cautelare: va indennizzata se non è stato possibile provare la colpa grave
In tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, ai fini della esclusione della riparazione per dolo o colpa grave il giudice deve valutare il comportamento dell'interessato alla luce del quadro indiziario su cui si è fondato il titolo cautelare, e sempre che gli elementi indiziari non siano stati dichiarati assolutamente inutilizzabili, ovvero siano stati esclusi o neutralizzati nella loro valenza nel giudizio di assoluzione (Cassazione penale, sez. IV, sentenza 2 novembre 2018, n. 49900).

Il mandato d’arresto europeo deve menzionare anche la pena accessoria?
La pena accessoria deve essere menzionata nel mandato d’arresto europeo (MAE). Lo suggerisce, alla Corte di Giustizia Ue, l’Avvocato generale Eleanor Sharpston nelle conclusioni dell’8 novembre 2018 (causa C-551/18 PPU): a suo dire, comunque, la mancata menzione non inficerebbe la validità del mandato d’arresto europeo e non costituirebbe un motivo di non esecuzione.

Tentato omicidio solo per gelosia: non si applica l’aggravante dell’aver agito per futili motivi
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna inflitta in primo grado ad un soggetto, imputati del reato di tentato omicidio ai danni di altra persona, la Corte di Cassazione (sentenza 26 ottobre 2018, n. 49129) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici di merito avevano escluso l’aggravante dei futili motivi (art. 61, n. 1, c.p.) - ha infatti affermato che non può configurare motivo abbietto o futile la sola manifestazione per quanto parossistica e ingiustificabile di gelosia, che, collegata ad un sia pur abnorme desiderio di vita in comune, non è espressione di per sé di spirito punitivo nei confronti della vittima considerata come propria appartenenza, della quale pertanto non può tollerarsi l'insubordinazione.

Pedopornografia: la giurisprudenza degli Ermellini al passo con la rivoluzione tecnologica
Con la sentenza n. 51815 del 2018, le sezioni Unite penali della Corte hanno dato risposta al quesito se, ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 600 ter, comma 1, n. 1, c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, sia ancora necessario, stante la formulazione introdotta dalla Legge 6 febbraio 2006, n. 38, l'accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale, come richiesto dalla sentenza a Sezioni unite 31/5/2000 (dep. 5/7/2000), n. 13, confermata dalla giurisprudenza anche dopo la modifica normativa citata.

Diffama un giudice su un giornale: per la CEDU rientra nella libertà di espressione
Pronunciandosi su un caso “croato” riguardante la libertà di stampa, in cui si discuteva della legittimità della condanna inflitta ad un editore di una rivista settimanale per aver pubblicato sul proprio giornale un articolo con cui si rivolgevano critiche all’operato di un giudice, la Corte di Strasburgo (sentenza 8 novembre 2018, n. 2782/12) ha ritenuto violato l’art. 10 della Convenzione EDU che tutela la libertà di espressione. Il ricorrente, editore di una rivista settimanale, si era lamentato della decisione del tribunale che lo aveva dichiarato colpevole per aver diffamato un giudice, condannandolo a pagare oltre 6.000 euro di danni. La decisione si riferiva ad un articolo che il ricorrente aveva pubblicato in cui si rivolgevano critiche al giudice per aver partecipato ad una festa, nonostante l’esistenza di un potenziale conflitto di interesse e per aver emesso un mandato di perquisizione ingiustificato. La Corte ha rilevato che, salvo in caso di attacchi gravemente dannosi e infondati, è consentito criticare il sistema giudiziario. L'articolo aveva riguardato una questione di interesse pubblico, vale a dire il funzionamento di quel sistema, e, sebbene caustico, non era stato offensivo. Il modo in cui era stato scritto non era quindi incompatibile con il diritto alla libertà di espressione ai sensi della Convenzione europea. Inoltre, il risarcimento dei danni era eccessivo, ciò che potrebbe, secondo la Corte, scoraggiare una discussione libera ed aperta su questioni di interesse pubblico.

Aiuto al suicidio: le motivazioni della Consulta sul caso di Dj Fabo
Pur non essendo la previsione dell’art. 580 c.p. incompatibile con i valori costituzionali, tuttavia non si può non tener conto di situazioni peculiari, in cui l’assistenza di terzi nel porre fine alla vita del malato può presentarsi come l’unica via d’uscita per sottrarsi a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare. La parola tocca ora al Parlamento, che avrà tempo sino al 29 settembre 2019 per approvare una legge ad hoc (Corte Costituzionale, ordinanza 16 novembre 2018, n. 207).

L’errata compilazione di un modulo poco comprensibile è punibile solo se c’è dolo
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna nei confronti di un imputato, ritenuto responsabile del reato di falso ideologico in una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà presentata per attestare il possesso dei requisiti morali degli ufficiali dell'Esercito in congedo, la Corte di Cassazione (sentenza 24 ottobre 2018, n. 48604) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui mancava l'elemento soggettivo doloso poiché la dichiarazione incriminata era stata determinata dall'infelice formulazione del modulo - ha infatti ribadito il principio per cui ove la dichiarazione sia contenuta in un modulo prestampato di non immediata comprensione, non può ritenersi esistente l'elemento soggettivo sulla base di un dovere di accertamento del privato determinato dall'assenza di chiarezza del modulo, in quanto, in tal caso, la responsabilità per il delitto di cui all'art. 483 c.p., viene fondata non già in ragione della coscienza e volontà di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero, ma sulla base di una colposa omissione di indagine, insuscettibile di integrare il delitto di cui all'art. 483 c.p. punibile a titolo di dolo.

L’assunzione volontaria di droga non esclude l’aggravante della violenza sessuale
La violenza sessuale aggravata dall’abuso delle minorate condizioni psicofisiche della vittima – in particolare, per l’assunzione della droga - (articolo 609 bis, comma 2, numero 1, c.p.) non è esclusa dall’eventuale volontarietà dell’assunzione della droga (Cassazione penale, sezione IV, sentenza 7 novembre 2018 n. 50305).

Possesso di droghe, leggere e pesanti, e lieve entità: conta il tipo di sostanza o la quantità?
Con la sentenza n. 51063 del 2018, le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione hanno dato risposta al quesito se la diversità di sostanze stupefacenti, a prescindere dal dato quantitativo, osti alla configurabilità dell'ipotesi di lieve entità di cui all'art. 73, comma quinto, d.P.R. n. 309 del 1990; se, in caso negativo, il reato di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990 possa concorrere con uno dei reati di cui ai commi 1 e 4 del medesimo art. 73.

Blocca il ladro e lo trattiene oltre il tempo di quanto necessario: è sequestro di persona
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna nei confronti di un imputato, ritenuto responsabile del reato di sequestro di persona ai danni di un giovane, sorpreso a rubare dei cuccioli di cane, la Corte di Cassazione (sentenza 23 ottobre 2018, n. 48332) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici id merito non avevano riconosciuto la configurabilità dell'ipotesi prevista dall'art. 383 c.p.p., ossia l'arresto da parte di un privato - ha diversamente affermato che ai fini della legittimità dell'arresto determinante è la circostanza che la persona arrestata non sia trattenuta dai privati, intervenuti nell'operazione, oltre il tempo strettamente necessario per l'esecuzione della consegna agli organi di Polizia.

Esclusi dal rito abbreviato i reati puniti con l’ergastolo
La recente proposta di legge n. 392-460-A torna sull’annosa questione dell’esclusione dei reati puntiti con l’ergastolo dal rito abbreviato. Tale proposta non risulterebbe allineata con il principio di economia processuale soprattutto in caso di processi di criminalità organizzata.

Scuote la scala dove il vicino è arrampicato e lo fa cadere: escluso siano percosse
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna nei confronti di una donna, ritenuta responsabile di aver scosso la scala sulla quale il vicino era salito per controllare una cassetta di derivazione dei contatti elettrici sita nel vano del pianerottolo ove si affacciava l'abitazione dell’imputata, al fine di impedire tale intervento, così cagionandone la caduta, la Corte di Cassazione (sentenza 23 ottobre 2018, n. 48322) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui il reato di percosse non poteva dirsi configurabile, attesa la mancanza di un contatto fisico fra la persona offesa e l'imputata - ha infatti affermato che il reato di «percosse», previsto dall'art. 581 cod. pen., pur non dovendosi intendere nel suo stretto significato lessicale, riferito alle azioni del «colpire», del «picchiare» o simili, è comunque associato al diretto esercizio di energia fisica su altra persona ovvero, nelle definizioni più ampie, ad una violenta manomissione dell'altrui persona.

Il phishing è punibile come frode informatica
Integra il reato di frode informatica (art. 640-ter, c.p.), la condotta consistente nell’accesso abusivo a conti correnti on line cui segua il prelievo di somme fatte confluire su carte prepagate appositamente attivate a tale scopo a nome e da persone in condizioni economiche disagiate, materialmente estranee all'accesso abusivo, in cambio di un compenso legato al solo fatto della apertura del rapporto sottostante il rilascio della carta prepagata (Cassazione penale, sezione II, sentenza 24 ottobre 2018, n. 48553).

Sulla riforma della prescrizione: "peggio la pezza del buco"
Il proverbio veneziano recita: pezo el tacon del buso. Forse bisogna ricorrere al lessico della finanza per cogliere la situazione in cui ci troviamo. La questione della riforma della prescrizione si pone con caratteristiche di volatilità, con quotidiani cambiamenti, che conosciamo, con questa intensità, nella variazione dei prezzi degli strumenti finanziari.

Nessuna tenuità del fatto per il medico che commette peculato ai danni dell’ASL
Ai fini del riconoscimento della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, i criteri indicati nel primo comma dell'articolo 131 bis del codice penale sono in realtà cumulativi per pervenire ad un giudizio di particolare tenuità dell'offesa ai fini del riconoscimento della causa di non punibilità ed invece alternativi quanto al diniego, nel senso che l'applicazione della causa di non punibilità in questione è preclusa dalla valutazione negativa anche di uno solo di essi (Cass. pen. sentenza 24 ottobre 2018, n. 48555).

Sottrazione di minore dalla casa-famiglia: il responsabile della struttura può presentare querela?
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di nei confronti di due soggetti, con la quale gli stessi erano stati dichiarati responsabili, per quanto qui di interesse, del reato di cui all’art. 574, c.p., la Corte di Cassazione (sentenza 22 ottobre 2018, n. 48092) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui il reato era improcedibile, non potendo la querela essere espressa da chi abbia la sola vigilanza/custodia del minore e non rivesta la qualifica di tutore/curatore - ha infatti affermato che la legittimazione a proporre querela in relazione al reato di cui all'art. 574 c.p. spetta soltanto ai soggetti individuati dalla norma (genitore esercente la potestà, tutore o curatore) esclusi, pertanto, quelli che abbiano solo la vigilanza o la custodia del minore.

Picchia il presunto ladro della bici del figlio: esclusa la violenza “reintegrativa”
In tema di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, non può invocarsi nel nostro ordinamento giuridico il concetto della non arbitrarietà della violenza esercitata perché finalizzata alla rieintegra del possesso della cosa di proprietà dell’aggressore, ciò in quanto il nostro ordinamento non riconosce al di fuori delle situazioni di necessità di cui agli artt. 52, 53 e 54 c.p., ipotesi di violenza legittima (Cassazione penale, sezione V, sentenza 18 ottobre 2018, n. 47512).

Sindacalista contesta con un volantino il direttore del carcere: è “diritto di critica”
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado, di condanna per il reato di diffamazione (art. 595 c.p.), pronunciata nei confronti del segretario generale di un sindacato per aver offeso la reputazione del Direttore di un carcere, affiggendo nella bacheca all'interno della stessa un comunicato in cui si attribuiva al direttore la responsabilità di avere autorizzato la diffusione di alcool tra i detenuti, la Corte di Cassazione (sentenza 18 ottobre 2018, n. 47513) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui si verteva nel caso di specie in una ipotesi di “critica sindacale”, riguardante la scelta del direttore di utilizzare o meno i propri poteri di regolazione del consumo di vino - ha ritenuto che le espressioni adoperate nel volantino, benché aspre, rientravano nel legittimo diritto di critica sindacale, i cui confini sono più ampi del diritto di cronaca, e non apparivano esulare dai limiti di continenza formale, non trasmodando in una immotivata e gratuita aggressione alla sfera personale del soggetto passivo.

Quale atto impugnare per opporsi all’estinzione del reato edilizio senza demolizione dell’immobile?
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti di due imputati in ordine ad un reato edilizio in quanto estinto a seguito di esito positivo del periodo di messa alla prova, la Corte di Cassazione (sentenza 18 ottobre 2018, n. 47456) – pur ritenendo corretto l’assunto del PM, secondo cui il Giudice, per ritenere ammissibile l'istanza di messa alla prova, avrebbe dovuto pretendere che, prima di tutto, venissero demolite le opere abusive - ha tuttavia affermato che il ricorso era inammissibile, in quanto la relativa doglianza andava sollevata impugnando non la sentenza che, ai sensi dell'art. 464 septies comma 1 c.p.p., ha dichiarato l'estinzione del reato per l'esito positivo della messa alla prova, ma l'ordinanza che, in precedenza, aveva accolto l'istanza di messa alla prova, dovendosi far valere in quella sede l'eventuale insussistenza dei presupposti per la sospensione del procedimento, non potendosi proporre con l'impugnativa della sentenza emessa all'esito del periodo di prova le censure concernenti il momento valutativo dell'ammissione alla prova, per cui è previsto un autonomo rimedio.

Il “plagio intellettuale” assorbe il falso ideologico
Copiare e far copiare la prova dell'esame di guida è reato ai sensi della legge 475 del 1925 e non anche "falso ideologico per induzione" in virtù del rapporto di specialità che intercorre tra le due fattispecie. Lo ha stabilito la Cassazione penale con sentenza n. 47509 del 18 ottobre 2018.

È truffa aggravata l'indebito conseguimento dell'indennità di malattia da parte del lavoratore
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado di condanna per il reato di truffa aggravata contestato ai danni di un lavoratore che, assente dal lavoro perché ammalato, era stato controllato durante il periodo di malattia intento a condurre un automezzo per conto di una ditta, la Corte di Cassazione (sentenza 17 ottobre 2018, n. 47286) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui la semplice presentazione di un certificato medico dal contenuto veritiero non era in grado di integrare in alcun modo l'elemento degli artifici e raggiri né, del pari, poteva essere considerata tale la condotta tenuta successivamente e concretizzatasi nella conduzione di un autoarticolato – ha invece ribadito che l'indebito conseguimento dell'indennità di malattia da parte del lavoratore configura il reato di truffa aggravata ex art. 640, comma 2, n. 1 c.p.

Famiglia e minori


Il principio di bigenitorialità non comporta l’applicazione di una proporzione matematica
Il principio di bigenitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore ad essere presente in maniera significativa nella vita del figlio, nel reciproco interesse, ma ciò non comporta l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore, in quanto l’esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell’altro genitore. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 10 dicembre 2018, n. 31902.

L’adozione di minori stranieri e quella in casi particolari
Di seguito l'articolo dell’avv. Mascia, pubblicato su Famiglia e Diritto n. 12/2018, Ipsoa, Milano. Con il presente lavoro si intende fare un excursus giurisprudenziale su queste due tipologie di adozione, tenendo sempre bene a mente che ciò che deve essere salvaguardato è il preminente interesse del minore. Si vuole altresì evidenziare come la giurisprudenza abbia mosso passi in avanti giungendo a ritenere possibile il riconoscimento “ad ogni effetto”, in Italia, come adozione piena, di un’adozione internazionale di un minore pronunciata in favore di un single.

Affidamento minori: la decisione critica del Giudice di merito non merita censure di legittimità
La Corte di Cassazione, sentenza 28 novembre 2018, n. 30826, conferma la decisione del Giudice di secondo grado che aveva confermato l’affido esclusivo del minore alla madre sospendendo allo stato la frequentazione paterna in ragione del rifiuto non forzabile della minore ad incontrare il padre. La Corte d’Appello, infatti, aveva rilevato l’incapacità dei genitori di instaurare fra di loro responsabili relazioni, ritenendo che allo stato, la sospensione delle visite paterne, fosse la modalità più idonea ad assicurare un sereno ed equilibrato svolgimento dell’esistenza del minore stesso.

La declaratoria di adottabilità non preclude il riconoscimento materno del figlio
Il riconoscimento materno, dopo il parto in anonimato, non è precluso dalla sopravvenuta declaratoria di adottabilità del minore e deve essere considerato non nullo, ma inefficace se questa declaratoria sia stata seguita dall’affidamento preadottivo. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 3 dicembre 2018, n. 31196.

Minori stranieri non accompagnati: gratuità della tutela come dovere sociale morale
Con la sentenza n. 218 del 2018 il Giudice delle leggi ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 11 e 21 della legge 7 aprile 2017, n. 47, per violazione dell’art. 3 Cost., nella parte in cui prevedono, con riferimento ai minori stranieri non accompagnati, la nomina di un rappresentante del minore tratto da un elenco di tutori volontari, senza che gli oneri della tutela possano essere posti a carico dello Stato, così escludendo, di fatto, l’applicabilità di un’equa indennità come regolata dall’art. 379, comma 2, c.c., non avendo tali minori beni o denaro a disposizione, diversamente dai tutori delle persone incapaci italiane, alle quali sarebbe spettata una pensione di invalidità, su cui avrebbe potuto gravare detto beneficio, poiché il presupposto dell’indennità è costituito dall’esistenza di un patrimonio del minore (e non della mera pensione d’invalidità) e il suo riconoscimento è legato all’attività di gestione di esso, in assenza della quale al tutore, anche se di persona incapace di nazionalità italiana, non spetta alcunché, neppure per la rifusione delle spese vive sostenute, trattandosi di ufficio non corrispondente a un impiego o a una prestazione professionale, ma integrando piuttosto il suo adempimento su base volontaristica un dovere sociale di alto rango morale.

Minori: si può aggiungere il cognome materno in assenza del consenso padre?
E’ legittimo il provvedimento del Prefetto di rigetto dell’istanza volta ad ottenere l’aggiunta del cognome materno al cognome paterno per il figlio minore, in assenza di consenso da parte del padre. La decisione in esame afferma, infatti, la necessità del consenso di entrambi i genitori al fine dell’accoglimento della domanda di modifica del nome di un minore. Lo stabilisce il Tar Lazio, sez. I ter, sentenza 26 novembre 2018, n. 11410.

Il legatario in sostituzione di legittima che chiede il supplemento non agisce in riduzione
L’azione a mezzo della quale il destinatario di un legato in sostituzione di legittima con facoltà di chiedere il supplemento (art. 551, co. 2, secondo periodo, c.c.) pretenda l’integrazione della propria quota è qualificabile come actio in personam e non come azione di riduzione; e, nella determinazione della quota di legittima, va considerato anche il negozio mixtum cum donatione. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, ordinanza 27 novembre 2018, n. 30702.

Testamento olografo: la prova della mancata autenticità grava su chi la contesta
La parte che contesta l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e su di essa grava l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, ordinanza 27 novembre 2018, n. 30706.

Quale il termine per impugnare in Cassazione la declaratoria di adottabilità?
La prima Sezione civile della Corte di Cassazione, con sentenza del 24 ottobre 2018 n. 30512/2018, depositata il 23 novembre 2018 in materia di adozione, ha precisato che la legge n. 184/1983 che disciplina la materia dell'adozione prevede espressamente che il termine per proporre impugnazione avverso la sentenza della Corte d'appello è di trenta giorni dalla notificazione. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 23 novembre 2018, n. 30512.

Le Sezioni Unite sull’assegno divorzile: una nuova luce sulla solidarietà postconiugale
Di seguito l'articolo del Prof. Bianca, pubblicato su Famiglia e Diritto n. 11/2018, Ipsoa, Milano. La sentenza compone il contrasto giurisprudenziale creatosi in tema di assegno di divorzio tra il consolidato orientamento che riconosceva al coniuge divorziato il diritto ad un assegno determinato sulla base iniziale del tenore di vita coniugale e l’opposta interpretazione, fatta propria dalla Cassazione nel 2017, che riconosceva solamente al coniuge divorziato in stato di bisogno un assegno alimentare. La sentenza afferma che l’assegno di divorzio si basa sul principio di solidarietà e che la sua determinazione deve procedere in chiave perequativo-compensativa, tenendo principalmente conto del contributo fornito dal coniuge nella realizzazione della vita familiare.

Successioni: il coerede deve versare i frutti civili percepiti dal godimento esclusivo del bene comune?
Il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, non assume l'idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all'altrui uso esclusivo, con la conseguenza che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione, se abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, ordinanza n. 30451 del 2018.

La sostituzione fedecommissaria è attuabile con l’amministrazione di sostegno
Con sentenza n. 2769 del 9 ottobre 2018, la Prima Sezione civile del Tribunale di Bologna, in un caso di (c.d. sostituzione fedecommissaria, sulla richiesta di interdizione di un individuo già soggetto ad amministrazione di sostegno, ha affermato, sulla base di un’interpretazione sistematica degli artt. 411, ult. co., e 414 cod. civ., che la più invasiva misura dell’interdizione può essere applicata solo se necessaria ad assicurare un’adeguata protezione all’individuo, che non possa essere garantita altrimenti, attesa la modularità dell’amministrazione di sostegno. Infatti, in ragione dell’interesse del beneficiario dell’amministrazione di sostegno e di quello tutelato dalla relativa disciplina di legge, il giudice può disporre – nel provvedimento di nomina dell’amministratore o in epoca successiva – che all’amministrato si estendano effetti, limitazioni o decadenze previsti per l’interdetto o l’inabilitato. Ne consegue che se il ricorrente non dimostri di aver già sperimentato il possibile ricorso al giudice tutelare perché valuti l’estensione al beneficiario degli effetti e limitazioni non può essere richiesta l’interdizione.Con la decisione in esame si dà continuità all’indirizzo giurisprudenziale di legittimità – ed alla prassi attuata dal tribunale di Bologna – che, sulla base dell’offerte da C. Cost. 9 dicembre 2005 n. 440, privilegia un’interpretazione in concreto dei requisiti di “necessità” e “adeguatezza” della misura di protezione da applicarsi nei confronti di una persona che versi in uno stato di impossibilità, anche parziale e temporanea, di provvedere ai propri interessi.

Unioni civili: per le schede anagrafiche vale il vecchio cognome
Con la sentenza n. 212 del 2018 il Giudice delle leggi ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 3, lett. c), n. 2), e 8 del d.lgs. 19 gennaio 2017, n. 5, per violazione degli artt. 2, 3, 11, 76 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 8 della CEDU e agli artt. 1 e 7 della CDFUE, nella parte in cui rispettivamente prevedono che le schede relative alle parti dell’unione civile devono essere intestate al cognome posseduto prima dell’unione civile e che l’ufficiale dello stato civile, con la procedura di correzione, annulla l’annotazione relativa alla scelta del cognome comune avvenuta nelle more, poiché: a) l’esclusione della valenza anagrafica del cognome comune rappresenta il coerente sviluppo dei principi posti dalla legge di delega, e in particolare dell’esigenza di adeguamento alla norma di cui alla legge sull’unione civile, secondo cui la durata del cognome comune è limitata alla durata dell’unione; b) la tutela del diritto al nome non si identifica con la valenza anagrafica del cognome comune, restando comunque fermo il valore d’uso del cognome comune eventualmente individuato, così come avviene per le coppie unite in matrimonio, anche con riguardo alla sua posizione, quale garanzia adeguata dell’identità della coppia unita civilmente; c) la previsione del procedimento di correzione, volto ad ottenere la caducazione delle annotazioni effettuate medio tempore, non lede il ragionevole affidamento delle parti, in quanto l’effetto modificativo della scheda anagrafica rivestiva la medesima natura provvisoria, e garantisce, in ogni caso, il contraddittorio degli interessati, seppure differito.

Il minore è parte nei giudizi de potestate
Poiché il figlio minore è parte necessaria del procedimento nei giudizi de potestate, ne discende, come logica conseguenza, che la mancata integrazione del contraddittorio nei suoi confronti comporterà la nullità del procedimento medesimo, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 354, comma 1, cod. proc. civ. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 12 novembre 2018, n. 29001.

Disconoscimento della paternità: il curatore speciale rappresenta il figlio minore
Nell’azione di disconoscimento della paternità il figlio minore è litisconsorte necessario e l’azione deve essere proposta in contraddittorio con un curatore speciale nominato dal giudice. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 12 novembre 2018, n. 28999.

Eredità: predisposto l’inventario non sarà possibile rinunciarne successivamente
Una volta che si sia perfezionata, prima del raggiungimento della maggiore età, la fattispecie a formazione progressiva di accettazione beneficiata, risulta ormai acquisita la qualità di erede, con la conseguenza che al minore, anche una volta divenuto maggiorenne, è preclusa la possibilità di una successiva rinuncia. Principio stabilito dall'ordinanza della Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 16 novembre 2018, n. 29665.

E’ risarcibile il danno al coniuge per inadempimento delle condizioni di divorzio
La condotta del coniuge integrante il reato di violazione degli obblighi familiari, a cui si aggiungano le ripetute minacce all’ex coniuge, che si configuri idonea ad ingenerare nella vittima uno stato di ansia e preoccupazione tali da provocare un turbamento psichico transitorio e soggettivo conseguente proprio al fatto di reato, costituisce un ipotesi di illecito civile, cosicché il danno subito dalla vittima è risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c. anche se il reato è accertato solo incidentalmente. Lo stabilisce il Tribunale Roma, sentenza 12 settembre 2018, n. 17144.

Genitori problematici: lo stato di adottabilità è l’unico strumento per tutelare il minore
Con la sentenza n. 27738 del 31 ottobre 2018, la Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, Presidente, dott. Francesco Antonio Genovese, Giudice Relatore, dott. Antonio Valitutti, ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso la sentenza n. 49/2017, depositata il 9 novembre 2017, con la quale la Corte d'appello di Milano aveva rigettato l'impugnazione proposta nei confronti della sentenza n. 17/2017, con la quale il Tribunale per i minorenni di Milano aveva dichiarato lo stato di adottabilità di un minore. La Suprema Corte ha espresso il principio di diritto secondo cui, in tema di dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore, vada operato un giudizio prognostico, teso a verificare l'effettiva ed attuale possibilità di recupero delle capacità e competenze genitoriali, attraverso un’analisi oggettiva di quelle che sono le condizioni di lavoro, reddituali, abitative e psichiche del nucleo familiare. L’adozione ultra familiare costituisce “l’extrema ratio” a situazioni di abbandono dovute non soltanto al rifiuto intenzionale dell'adempimento dei doveri genitoriali, ma anche ad una situazione familiare tale da compromettere in modo grave e irreversibile un armonico sviluppo psico-fisico del bambino.

Spese legali tra ex coniugi, condanna e compensazione: i limiti segnati dalla Cassazione
Nel ricorso per cassazione, non è inammissibile l’impugnazione per omessa indicazione della norma di legge che si assume violata, la cui presenza non costituisce requisito autonomo ed imprescindibile del ricorso, bensì risulta solamente funzionale a chiarirne il contenuto e a identificare i limiti della censura formulata, pertanto la relativa omissione può comportare l’inammissibilità della singola doglianza solo se gli argomenti addotti dal ricorrente non consentano di specificare le norme e i principi di diritto asseritamente violati, precludendo la delimitazione delle questioni sollevate. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. III, ordinanza 24 ottobre 2018, n. 26918.

Per escludere un bene dalla comunione non basta la dichiarazione dei coniugi
La dichiarazione resa nell'atto dal coniuge non acquirente, ai sensi dell'art. 179, comma 2°, c.c., in ordine alla natura personale del bene, si pone, peraltro, come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179, comma 1°, lett. c), d) ed f), c.c. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 14 novembre 2018, n. 29342.

Bimba con due madri: il sì del Tribunale di Genova
Con il decreto dell'8 novembre 2018, il Tribunale di Genova riconosce la doppia genitorialità delle due madri omosessuali, ovvero sia di quella che ha partorito la bambina, sia di quella che ha fornito i gameti, di una bambina nata a Genova e ordina all'Ufficio di Stato Civile del Comune di trascrivere i nomi di entrambe le donne sul certificato di nascita della figlia.

Legittimo l’affido ai Servizi Sociali anche se non ne è specificata la durata
L’affido ai Servizi Sociali previsto dall’art. 337 ter c.c. si differenzia da quello previsto dall’art. 4 Legge 1984/183 ed è legittimo, anche in assenza dell’indicazione di un termine di durata, purchè risulti sufficientemente dettagliato. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 12 novembre 2018, n. 28998.

Il testatore può soddisfare la quota ereditaria mediante donazioni
La dichiarazione di avvenuta tacitazione delle ragioni del legittimario con donazioni, costituisce una mera dichiarazione che non attiene alla volontà testamentaria in quanto la volontà del testatore non può incidere sulla quota di riserva. Questo il principio enunciato dalla Cassazione civile, sez. II, ordinanza 9 novembre 2018, n. 28785.

Assegno di mantenimento: il Presidente del Tribunale non può sindacarne il diritto
Nella fase presidenziale, il Giudice non è chiamato a formulare un’anticipazione del giudizio relativo alla sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno di divorzio (che ha altri presupposti e consegue al mutamento di status, e quindi alla pronuncia di scioglimento degli effetti del matrimonio), ma solo a verificare se nelle more si siano verificati fatti nuovi, che consiglino di modificare le previsioni che erano state assunte in sede di separazione dei coniugi. Lo stabilisce la Corte d’Appello L’Aquila, decreto 4 ottobre 2018.

Il Tribunale di Firenze anticipa il Ddl Pillon?
Il regime condiviso di esercizio della responsabilità genitoriale rappresenta un modello generale di affidamento che, in ragione delle peculiarietà del caso concreto (ad esempio, forte conflittualità tra i genitori), può prevedere particolari declinazioni, tra le quali la domiciliazione a settimane alterne presso il padre e presso la madre, tenendo conto della volontà espressa dal minore durante l’ascolto disposto dal giudice. E’ quanto si legge nella sentenza del Tribunale di Firenze del 2 novembre 2018, n. 2945.

Affido minori: la competenza spetta nel luogo di residenza abituale del minore
Con ordinanza n. 27741 del 31 ottobre 2018, la Sesta Sezione – 1 Civile della Corte di Cassazione ha risolto in favore del tribunale di Roma, che aveva disposto l’affidamento del minore in favore del padre, il conflitto positivo di competenza sollevato in conseguenza della successiva ordinanza del tribunale di Lucca che, affermando incidentalmente anch’esso la propria competenza territoriale sulla domanda di affido esclusiva della madre del minore, in ragione dell’allontanamento dalla casa familiare, da questa unilateralmente determinato, per oltre un anno nel luogo ove vivevano i nonni materni, aveva affidato il minore ai servizi sociali e disposto CTU psicologica. Con la pronuncia in esame la S.C. ribadisce l’orientamento giurisprudenziale che individua quale criterio guida per la soluzione del conflitto di competenza il “luogo di residenza abituale del minore”, da intendersi, al di là dell’incidenza del puro dato temporale, come luogo di realizzazione di un effettivo, stabile e duraturo centro di affetti ed interessi del minore, senza che rilevi l’eventuale trasferimento che costituisca mero espediente per sottrarre il minore all’atro genitore o alla disciplina della competenza territoriale.

E’ inefficace l’acquisto dall’erede apparente se non c’è buona fede
L'acquisto dall’erede apparente non può esser fatto salvo in relazione all'azione esperita dall’erede vero ex art. 533 se chi acquista non deduce e prova che il suo acquisto è avvenuto in buona fede. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 6 novembre 2018, n. 28277.

Assegno di mantenimento versato dopo il relativo precetto: chi paga le spese processuali?
Alla declaratoria di cessazione della materia del contendere consegue il regolamento delle spese processuali conformemente al principio della soccombenza virtuale (o potenziale, o teorica, vale a dire valutata sulla scorta di un semplice giudizio delibativo circa la fondatezza della domanda proposta e delle relative eccezioni), alla stregua del quale la fondatezza dei motivi dell’opposizione a precetto, attivato per l’omesso pagamento dell’assegno di mantenimento, deve essere valutata con riferimento alla data di notificazione dell’atto di precetto medesimo. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 19 ottobre 2018, n. 26537.

Il denaro di provenienza non tracciabile rientra nella comunione legale
Se un coniuge, in regime di comunione legale dei beni, utilizza denaro di provenienza “non tracciabile” per il pagamento del prezzo di un suo acquisto, il bene oggetto di tale acquisto è assoggettato al regime di comunione legale dei beni, anche se, all'atto di acquisto, interviene l'altro coniuge il quale dichiari di consentire l'esclusione di tale acquisto dal regime di comunione legale.Lo afferma la Cassazione nell'ordinanza n. 26981 del 24 ottobre 2018.

Assegnazione della casa coniugale: il parametro è la “stabile abitazione” per i figli
L'assegnazione della casa coniugale non rappresenta una componente delle obbligazioni patrimoniali conseguenti alla separazione o al divorzio, od un modo per realizzare il mantenimento del coniuge più debole, ma è espressamente condizionata soltanto all'interesse dei figli. Principio ribadito dalla Suprema Corte con l’Ordinanza n. 25604 del 12 ottobre 2018.

Scioglimento comunione ereditaria: quale l’oggetto della domanda per ottenere gli utili dell’impresa?
La Cassazione, con l’ordinanza del 18 ottobre 2018 n. 26274, ha stabilito che, in sede di scioglimento della comunione ereditaria, la domanda rivolta dal coerede per conseguire, dell’impresa familiare venuta meno per la morte del titolare, la partecipazione agli utili ha ad oggetto un diritto c. d. eterodeterminato. Pertanto costituisce mutatio libelli la modifica operata in corso di causa per ottenere, anziché “la ripartizione degli utili in proporzione delle quote di ciascuno dei partecipanti con attribuzione all’attore di una somma mensile dalla morte dell’imprenditore alla data della decisione” (come originariamente chiesto dall’attore), una “ripartizione di tali utili dalla vigenza dell’impresa familiare” fino alla sua cessazione.

Per lo stato di adottabilità occorre la valutazione su attualità del pregiudizio concreto
La Suprema Corte, con l'ordinanza del 18 ottobre 2018, n. 26302, ha chiarito che, a fronte del diritto del minore di crescere nell'ambito della propria famiglia d'origine, il giudice, nella valutazione della situazione di abbandono, quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità, deve fondare il suo convincimento effettuando un riscontro attuale e concreto, basato su indagini ed approfondimenti riferiti alla situazione presente e non passata, tenendo conto della positiva volontà di recupero del rapporto genitoriale da parte dei genitori.

Donazione: per quella indiretta non è necessaria la forma scritta
Per la validità delle donazioni indirette, cioè di quelle liberalità realizzate ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall'art. 782 cod. civ., è sufficiente l'osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità, dato che l'art. 809 cod. civ., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall'art. 769 cod. civ., non richiama l'art. 782 cod. civ., che prescrive l'atto pubblico per la donazione. In tali fattispecie, l'attribuzione gratuita viene attuata, quale effetto indiretto, con il negozio oneroso, che corrisponde alla reale intenzione delle parti ed alla quale, pertanto, non si applicano i limiti alla prova testimoniale - in materia di contratti e simulazione - che valgono, invece, per il negozio tipico utilizzato per realizzare tale scopo. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 25 ottobre 2018, n. 27050.

Assegno divorzile: il criterio dell’adeguatezza nelle prime pronunce di merito
Le decisioni di merito oggetto di commento (Tribunale Trieste, n. 525 del 21 agosto 2018; Tribunale Verona, n. 1764 del 20 luglio 2018; Tribunale Nuoro, n. 424 del 23 agosto 2018; Tribunale Roma, n. 16394 del 8 agosto 2018) rappresentano le prime applicazioni dei criteri attributivi dell’assegno divorzile introdotti dalla pronuncia a Sezioni Unite della Suprema Corte n. 18287/2018. Esse pervengono a conclusioni diverse a seconda della fattispecie che sono chiamate a decidere pur richiamando quale elemento dirimente, l’accertamento del nesso causale fra l’eventuale disparità economico – patrimoniale tra i coniugi e le determinazioni o scelte condivise attributive dei ruoli endofamiliari assunti nell’ambito del matrimonio. Come afferma la Corte di Cassazione a sezioni Unite, infatti, il parametro dell’adeguatezza contiene in sé una funzione equlibratrice e non solo assistenziale – alimentare, occorrendo, quindi, verificare quanto le scelte fatte in ambito familiare abbiano inciso sulla costruzione del percorso personale sul piano lavorativo – professionale.

Il nuovo assegno di divorzio: la funzione compensativa e perequativa
Di seguito l'articolo del Prof. Carlo Rimini, pubblicato su Giurisprudenza Italiana, n. 8-9/2018, Utet Giuridica, Torino. L’assegno divorzile è un istituto concepito quasi mezzo secolo fa, certamente nato come proiezione dopo la fine del matrimonio della solidarietà coniugale, ultima eco dell’indissolubilità del vincolo. Il fatto di avere per decenni continuato a descriverlo e ad interpretarlo su basi esclusivamente assistenziali – come un relitto di una società e di una concezione della famiglia che non esistono più – aveva prodotto l’effetto di renderlo del tutto inadeguato a realizzare un’equa ridistribuzione delle risorse fra i coniugi dopo il fallimento del matrimonio. La logica esclusivamente assistenziale portava a conclusioni ormai inaccettabili, non attribuendo adeguato rilievo all’esigenza di riequilibrare le fortune economiche dei coniugi rispetto agli sforzi e alle rinunce da ciascuno di essi effettuati a favore della famiglia. Le Sezioni unite aprono in-vece una stagione nuova per l’assegno divorzile fondandolo su una funzione preminentemente compensativa. L’intervento del legislatore – che consenta finalmente la previsione di un assegno a termine e attribuisca al giudice la possibilità di compensare la parte debole con una prestazione in un’unica soluzione – resta comunque indifferibile.

Non è adottabile la minore se la madre si affida alle cure di uno psicoterapeuta
Il prioritario diritto fondamentale del figlio di vivere, nei limiti del possibile, con i suoi genitori e di essere allevato nell'ambito della propria famiglia, sancito dall’art. 1 della I. n. 184 del 1983, impone particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità, ai fini del perseguimento del suo superiore interesse. (In applicazione di tale principio, la Suprema Corte – sentenza 23 ottobre 2018 n. 26879 - ha cassato la sentenza della Corte d’Appello che, nel confermare la dichiarazione dello stato di adottabilità della minore, aveva trascurato di considerare il concreto impegno della madre che aveva deciso, di propria iniziativa, di rivolgersi ad una psicoterapeuta per farsi curare ed aiutare a superare i propri limiti).

Comunione ereditaria: è necessario il consenso dei condividenti nella domanda di divisione
La Suprema Corte, con l’ordinanza del 27 aprile- 15 ottobre 2018, n. 25756, ha cassato parzialmente la sentenza della Corte di Appello di Roma con cui la stessa, dopo aver disposto la nullità di una divisione operata dal testatore, con conseguente ripristino della comunione ereditaria, ha ritenuto di dover procedere allo scioglimento tra fratelli della comunione dei beni relitti del de cuius unitamente ai beni lasciati dalla coniuge, anch’essa defunta in un secondo momento, senza che sul punto fosse stata proposta domanda innanzi a sé. I giudici di legittimità hanno chiarito, tra le altre cose, che si può addivenire ad un'unica divisione di beni provenienti da titoli diversi, dunque appartenenti a distinte comunioni, solo in presenza del consenso di tutte le parti, purchè la circostanza risulti da uno specifico negozio.

Non è adottabile la figlia di genitori con problemi psichiatrici
Ai fini dell'accertamento dello stato di abbandono quale presupposto della dichiarazione di adottabilità, non basta che risultino insufficienze o malattie mentali, anche permanenti, o comportamenti patologici dei genitori, essendo necessario accertare la capacità genitoriale in concreto di ciascuno di loro, a tal fine verificando l'esistenza di comportamenti pregiudizievoli per la crescita equilibrata e serena dei figli e tenendo conto della positiva volontà dei genitori di recupero del rapporto con essi. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 18 ottobre 2018, n. 26293.

Scioglimento unioni civili: la fase amministrativa non è condizione di procedibilità della domanda
Con la sentenza emessa in data 5 luglio 2018 il Tribunale di Novara, decidendo sulla domanda di scioglimento dell'unione civile, ha ritenuto, alla luce dell’interpretazione sistematica dell’art. 1, comma 24 della legge 20 maggio 2016 n. 76, che la c.d. fase amministrativa, che prevede la dichiarazione di volontà all’ufficiale di stato civile del comune dove l’unione si è costituita e la comunicazione mediante lettera raccomandata di tale preventiva dichiarazione alla controparte, in caso essa sia resa da uno solo dei partner, non costituisca condizione di procedibilità della domanda quando l'attore abbia notificato ritualmente il ricorso introduttivo del giudizio al partner, abbia ribadito in sede presidenziale la propria volontà di sciogliere il vincolo e, tra la fase presidenziale ed il momento in cui viene emesso da parte del Tribunale il provvedimento definitorio del giudizio, sia trascorso un lasso di tempo pari o superiore a tre mesi. La decisione, che definisce una questione del tutto nuova in tema di scioglimento delle unioni civili, fornisce una prima chiave interpretativa della disciplina introdotta dalla legge n. 76 del 2016 e successivamente integrata dal d. lgs. 19 gennaio 2017 n. 5, in attuazione della delega formulata nell’art. 28 della l. n. 76 del 2016. Il tribunale di Novara supera le apparenti aporie della disciplina in tema di unioni civili valorizzando, in via di interpretazione sistematica del dato normativo, ai fini della legittimità della dichiarazione giudiziale di scioglimento, l’elemento sostanziale della effettiva manifestazione della volontà di scioglimento dell’unione civile, della garanzia di comunicazione al partner e del rispetto dello spatium deliberandi previsto dall’art.1, comma 24 della citata legge n. 76 del 2016.

Lo scioglimento della comunione ereditaria è atto mortis causa o inter vivos?
E’ questione “di particolare importanza” che giustifica la rimessione degli atti al primo presidente, affinché valuti l'opportunità di assegnare la trattazione e la decisione del ricorso alle sezioni unite, quella relativa alla qualificazione dello atto di scioglimento della comunione ereditaria, se cioè, esso sia assoggettato alla disciplina prevista per gli atti “mortis causa” o se, invece, sia da qualificarsi atto “inter vivos”. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 16 ottobre 2018, n. 25836.

Legittima la revocazione della donazione per infedeltà del coniuge donatario?
Poco prima del matrimonio, il futuro marito acquista con denari propri un immobile e lo intesta interamente alla futura moglie, con ciò dando luogo ad una donazione indiretta. Dopo soli quattro anni, il matrimonio va in crisi anche a causa dell’infedeltà della moglie. I coniugi continuano a coabitare, pur separati di fatto, e la moglie intrattiene una nuova relazione extraconiugale. Al di là e a prescindere dalla regolamentazione dei loro rapporti personali, il marito adisce le vie legali per ottenere la revocazione della donazione indiretta dell’immobile, adducendo che il comportamento della donna avrebbe integrato gli estremi dell’ingratitudine di cui all’art. 801 c.c. La Corte di cassazione, con l’ordinanza in commento, rigetta i motivi di ricorso, così confermando la decisione dei gradi precedenti, escludendo che l’infedeltà coniugale possa dar luogo a quell’ingiuria grave richiesta dall’art. 801 c.c. per la revocazione della donazione, essendo necessario a tal fine che l’infedeltà si accompagni ad un atteggiamento di disistima delle qualità morali del donante e sia espressione di profonda avversione o di perversa animosità nei confronti di quest’ultimo, occorrendo altresì che tale comportamento offensivo sia espressamente rivolto a lederne la sfera morale.

Viola la CEDU negare il cambio del nome ad un transessuale prima dell’intervento chirurgico
Pronunciandosi su un caso “italiano” in cui si discuteva della legittimità della decisione dell’autorità amministrativa (Prefetto) di autorizzare un transessuale dall’aspetto femminile a cambiare il suo nome maschile, in quanto nessun provvedimento giudiziario irrevocabile era intervenuto a confermare il mutamento di “sesso”, la Corte EDU ha riconosciuto la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel maggio 2001 il tribunale di Roma aveva autorizzato S.V. a sottoporsi a trattamento chirurgico per il cambiamento di sesso. Tuttavia, secondo la legislazione in vigore allora, questi non poteva cambiare il nome fino a quando il giudice non avesse confermato l’avvenuta esecuzione dell’intervento chirurgico ed emesso una sentenza irrevocabile con cui accertava l’avvenuto cambiamento di sesso, cosa avvenuta il 10 ottobre 2003. La Corte di Strasburgo ha ritenuto che la questione in esame rientrasse interamente nell'ambito del diritto al rispetto della vita privata. Ha precisato che l’impossibilità di S.V. di ottenere il cambiamento del proprio nome per oltre 2 anni e mezzo, a causa del fatto che la procedura di mutamento di sesso non era stata completata a seguito del rinvio dell’intervento chirurgico per il cambio di sesso, costituiva un’omissione dallo Stato di adempiere al suo obbligo positivo di assicurare il diritto del ricorrente al rispetto della sua vita privata. Dal punto di vista della Corte EDU, la natura rigida della procedura giudiziaria richiesta per il riconoscimento dell'identità sessuale ai soggetti transessuali, come allora in vigore, avevano lasciato S.V. – il cui aspetto fisico e la cui identità sociale erano stati femminili per lungo tempo– per un periodo irragionevole in una posizione anomala tale da generare un senso di vulnerabilità, umiliazione e ansia. Infine, la Corte EDU ha osservato che la legislazione era stata modificata nel 2011, non essendo più richiesta la pronuncia di una seconda sentenza ed essendo oggi previsto che le annotazioni sul registro dello stato civile possono essere ordinate dal giudice con la stessa sentenza che autorizza l’intervento chirurgico per il cambiamento di sesso.

I “due padri” e l’ordine pubblico ... tra sezioni semplici e sezioni unite
Di seguito l'articolo del Prof. Dogliotti, pubblicato su Famiglia e Diritto n. 10/2018, Ipsoa. Commentando un’ordinanza di rimessione alle sezioni unite della Cassazione, estremamente interessante per la questione dedotta (il caso di “due padri” del nato, con la maternità surrogata di una donna), l’Autore evidenzia l’insussistenza di contrasto sulla nozione di ordine pubblico internazionale, che costituisce la giustificazione “formale” della rimessione, ed esprime il timore che possano essere messi in discussione i nuovi orientamenti in materia di “due madri” (e oggi “ due padri”), fondati sul preminente interesse del fanciullo. La causa merita rimessione alle sezioni unite della Corte di cassazione, sussistendo presso la medesima Corte contrasto sulla nozione di ordine pubblico internazionale, tra chi richiama soltanto la nostra Costituzione, il diritto comunitario e i trattati internazionali e chi fa pure riferimento alle leggi ordinarie interne di immediata attuazione della Costituzione (nella specie due uomini, uniti in matrimonio all’estero chiedevano il riconoscimento nell’ordinamento italiano del provvedimento di una Corte canadese che riconosceva la loro genitorialità nei confronti di un soggetto nato da maternità surrogata).

In caso di affidamento preadottivo, è preclusa la revoca dello stato di adottabilità
In tema di adozione di minori in stato di abbandono, il provvedimento di affidamento preadottivo impedisce l'accoglimento dell'istanza di revoca del decreto dichiarativo dello stato di adottabilità, benché disposto successivamente alla proposizione di quest'ultima, non avendo essa alcuna valenza sospensiva dell'efficacia esecutiva di detto decreto. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 12 ottobre 2017, n. 25408.

Assegno mantenimento figli: il solo reddito del padre non ne giustifica l’aumento
L'art. 148 cod. civ., nel prescrivere che entrambi i coniugi sono tenuti ad adempiere all'obbligazione di mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo, non detta un criterio automatico per la determinazione dell'ammontare dei rispettivi contributi, costituito dal calcolo percentuale dei redditi dei due soggetti, ma prevede un sistema più completo ed elastico di valutazione. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 10 ottobre 2018, n. 25134.

Immobile in comproprietà tra coniugi: le spese successive alla separazione sono a carico di entrambi
Eventuali conferimenti e spese, sostenute in relazione ad un immobile in comproprietà tra coniugi, e susseguenti alla separazione personale, non avendo fine liberale, dovranno essere considerati esclusivamente quali spese sopportate da uno dei comproprietari in favore del bene in comunione e, pertanto, il giudice dì merito dovrà valutare se uno dei coniugi possa essere condannato a restituirne la metà al coniuge che ha sostenuto l’esborso, facendo applicazione delle regole ordinarie adottabili in materia di comunione ordinaria. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. III, ordinanza 4 ottobre 2018, n. 24160.

Donazione modale: il termine di decorrenza della prescrizione decorre dall'inadempimento
La Suprema Corte II Sez. Civ., con sentenza n. 24131 del 2018, ha ritenuto che l'azione di risoluzione della donazione modale, per l'inadempimento dell'onere in essa stabilito a carico del donatario, può essere proposta solo dal momento in cui si verifica tale inadempimento, purché questo non sia determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile all'obbligato. Ne consegue che l'azione di risoluzione è soggetta alla prescrizione e al relativo termine, decorrente dal momento in cui ha luogo l'inadempimento dell'onere e non dall'assunzione della qualità di erede in capo al soggetto.

E’ nullo il matrimonio concordatario, anche se protrattosi per oltre vent’anni
La convivenza triennale "come coniugi", quale situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all'esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima, è oggetto di un'eccezione in senso stretto, non rilevabile d'ufficio, né opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimità. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 8 ottobre 2018, n. 24729.

Legittima l’assegnazione della casa familiare solo se a tutela della prole
In materia di separazione o divorzio, l’assegnazione della casa familiare, pur avendo riflessi anche economici, particolarmente valorizzati dalla della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, comma 6, è finalizzata all’esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 4 ottobre 2018, n. 24254.

La prescrizione tra coniugi non opera dopo la separazione
Nel regime di separazione tra coniugi, la sospensione della prescrizione non opera atteso che un’interpretazione conforme alla “ratio legis” porta ad una tendenziale equiparazione del regime di prescrizione dei diritti post-matrimoniali e delle azioni esercitate tra coniugi separati. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. III, sentenza 4 ottobre 2018, n. 24160.
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