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domenica 21 ottobre 2018
News

Diritto Penale


Assolto in primo grado, condannato in appello: anche i periti vanno risentiti?
Le Sezioni unite della Cassazione penale sono investite di una nuova questione, che verrà discussa all’udienza del 22 novembre 2018, relativa alla possibile estensione, alla prova scientifica, dei principi già affermati in tema di rinnovazione della prova dichiarativa.

Non è procurato allarme telefonare ai carabinieri e denunciare la scomparsa della fidanzata
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza di proscioglimento con cui il tribunale aveva assolto un imputato dal reato di procurato allarme (art. 658, c.p.), contestatogli per aver comunicato ai carabinieri l'inesistente scomparsa della fidanzata, la Corte di Cassazione (sentenza 3 ottobre 2018, n. 43815) – nel disattendere la tesi del pubblico ministero ricorrente secondo cui la prospettata, ma simulata, irreperibilità della fidanzata da parte dell'imputato avrebbe comportato la rappresentazione di un pericolo idoneo a procurare allarme presso le forze dell'ordine - ha invece affermato che poiché costituisce pericolo ogni situazione di probabile o imminente danno a persone o cose, quanto segnalato dall'imputato, non aveva attinenza di sorta con la prospettazione di un pericolo tale, alla stregua dell'oggetto giuridico della norma incriminatrice, da ingenerare pubblico allarme, potenzialmente idoneo a turbare l'ordine pubblico o, comunque, i servizi di vigilanza e tutela della pubblica sicurezza, intralciandone l'attività o determinando l'esplicazione di attività senza effettiva necessità.

Frantumare i vetri di oltre 60 auto in sosta con una pistola ad aria compressa è devastazione
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso l’ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva respinto la richiesta di revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari applicata ad alcuni giovani per il reato di devastazione (art. 419, c.p.), per aver, in occasione di alcune scorribande notturne, danneggiato con una pistola ad aria compressa i vetri di numerose auto in sosta lungo la pubblica via, la Corte di Cassazione (sentenza 1° ottobre 2018, n. 43264) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui mancava uno degli elementi costitutivi del reato, costituito dal turbamento alle condizioni di sicurezza della vita associata indipendentemente dal danno alle persone o a gruppi di persone - ha invece affermato che il reato è in questi casi configurabile atteso che l’atto posto in essere, consistente in un danneggiamento grave e diffuso, che colpisce la popolazione locale in modo indiscriminato, pone indubbiamente in concreto pericolo l'ordine pubblico, stante il fatto che lo stesso crea allarme diffuso e diffusa preoccupazione circa la sicurezza delle strade cittadine.

Stalking: una delle prime applicazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale
Primi casi di applicazione delle novità introdotte dalla Legge n. 161/2017 che ha ampliato l’applicazione delle misure di prevenzione anche agli atti persecutori. Il Tribunale di Milano ha applicato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale ad un soggetto imputato del reato di atti persecutori nei confronti del quale non è stata ancora emessa alcuna sentenza. Si tratta di uno dei primi casi concreti di applicazione della Legge n. 161/17 che, come è noto, ha esteso l’applicabilità delle misure di prevenzione anche ad altre fattispecie (tra le quali quella prevista dall’art. 612 bis c.p.) rispetto a quelle inizialmente previste dal cd. Codice Antimafia, anche in considerazione dell’allarme sociale che, oggi, destano dette fattispecie.

È sostituzione di persona iscriversi su e-bay con i dati anagrafici di altro soggetto
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, nel confermare la sentenza di primo grado, aveva condannato l’imputato per il reato di sostituzione di persona nell'identità digitale, la Corte di Cassazione (sentenza 27 settembre 2018, n. 42572) – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui la condanna era stata emessa da un giudice territorialmente incompetente - ha invece ribadito che in tema di reati contro il patrimonio, qualora l'elemento dell'ingiusto profitto sia costituito dall'accreditamento di una somma di denaro su una carta di pagamento ricaricabile (nella specie "postepay") dell'agente, il tempo e il luogo di consumazione del reato sono quelli in cui la persona offesa ha proceduto alla ricarica.

Detenuti sottoposti al regime di “carcere duro”: cade il divieto di cottura dei cibi
La Corte costituzionale, con sentenza n. 186/2018, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 3 e 27, comma 3, Cost. dell’art. 41-bis, comma 2-quater, lett. f), l. n. 354 del 1975 nella parte in cui impedisce al detenuto sottoposto a regime differenziato la cottura di cibi.

La differenza tra violenza sessuale di gruppo e in concorso al vaglio della Cassazione
La diversa qualificazione del fatto effettuata dal giudice di appello, anche alla luce dell’art. 6 Cedu come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, non determina alcuna limitazione del diritto di difesa qualora costituisca uno dei prevedibili epiloghi decisori del giudizio e il difensore abbia avuto la possibilità di interloquire sulla stessa, essendo comunque consentito all'imputato, in difetto di tali condizioni, di contestarla nel merito con il ricorso per cassazione. (Fattispecie nella quale il giudice di appello ha riqualificato il concorso in violenza sessuale, reato per il quale era intervenuta condanna in primo grado, nel più grave delitto di violenza sessuale di gruppo di cui all’art. 609-octies c.p.). È quanto affermato dalla Cassazione penale con sentenza 8 ottobre 2018, n. 44835.

Anche se giudice di pace proscioglie richiamando il 131 bis c.p. non sempre la sentenza va annullata
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza di proscioglimento con cui il giudice di pace aveva dichiarato non punibile l’imputato per il reato di percosse, per particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p., la Corte di Cassazione (sentenza 4 ottobre 2018, n. 44128) – nel disattendere la tesi del Procuratore Generale presso la Corte d’appello secondo cui la sentenza era da considerarsi errata, stante l'inapplicabilità dell'istituto di cui all'art. 131-bis c.p. al procedimento dinanzi al giudice di pace - ha invece affermato che a fronte di un esito processuale comunque consentito — il proscioglimento per particolare tenuità del fatto — incombe sul PM l'onere di specificare l'interesse pratico perseguito o meglio il diverso esito processuale, rispetto a una pronuncia di proscioglimento per particolare tenuità del fatto, qualunque sia l'istituto applicabile (art. 34 d.Igs. n. 274 del 2000 in luogo dell'art. 131 bis c.p.), evidenziando, in ipotesi, l'insussistenza dei presupposti della tenuità ovvero le ragioni della inoperatività, nella fattispecie, dell'art. 34 d.Igs. n. 274 del 2000.

Etilometro: non c’è l’obbligo di sostituire il boccaglio tra la prima e la seconda misurazione
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di guida in stato di ebbrezza (tasso alcolemico 1,44 g/l), la Corte di Cassazione (sentenza 26 settembre 2018, n. 41907) – nel respingere la tesi difensiva secondo era stato violata la norma del regolamento di attuazione del codice della strada per irregolarità della seconda misurazione eseguita senza previa sostituzione del boccaglio - ha invece affermato che la disciplina dettata dall’art. 379, reg. esec. CdS non impone la sostituzione del boccaglio, ai fini delle rilevazioni dello stato di ebbrezza, laddove si proceda nei confronti del medesimo individuo, prevedendo la norma la sostituzione solo per motivi sanitari, mirando ad evitare la trasmissione di virus, batteri e malattie, sicché non riguarda l'esecuzione del controllo nei confronti della medesima persona.

SS.UU.: non aver richiesto tempestivamente il riesame del sequestro non ne impedisce la revoca
Con la sentenza n. 46201 del 2018, le sezioni unite penali della Corte hanno dato risposta al quesito se la mancata tempestiva proposizione, da parte dell'interessato, della richiesta di riesame avverso il provvedimento applicativo di una misura cautelare reale, legittimi il tribunale del riesame a dichiarare inammissibile il successivo appello cautelare non fondato su elementi nuovi ma su argomenti tendenti a dimostrare, sulla base di elementi già esistenti, la mancanza delle condizioni di applicabilità della misura.

Dirigente in conflitto d’interesse non controlla i sottoposti: non responsabile per il loro operato
In tema di reati contro la P.A., l'obbligo per il pubblico ufficiale di svolgere un'attività di controllo, cui ancorare il dovere d'astensione, non può farsi discendere tout court dal riconoscimento del ruolo apicale in capo al dirigente, tanto più quando non sia in discussione la competenza ad adottare l'atto da parte della/e persona/e a questi subordinate; in ogni caso, quand'anche si ritenesse sussistente un obbligo di astensione in correlazione alla generale funzione di controllo dell'attività del proprio ufficio derivante dalla qualifica dirigenziale, ai fini della configurabilità di un concorso nel reato, è necessario emergano dagli atti specifici elementi (eventualmente risalenti ad un momento diverso - precedente o successivo - da quello del compimento dell'atto) dimostrativi della violazione dell'obbligo di astenersi in relazione allo svolgimento di un'attività di controllo (Cassazione penale, sezione VI, sentenza 28 settembre 2018, n. 42911).

MAE: lo stabile radicamento in Italia impedisce la consegna
In caso di mandato di arresto europeo, il reale radicamento dello straniero membro di uno Stato UE nel territorio italiano è condizione ostativa alla consegna ex art. 18, comma 1, lett.r) della legge n. 69/2005 (Cass. pen. sez. feriale, sentenza 30 agosto 2018, n. 39240).

SS.UU.: (anche) la persona sottoposta alle indagini può impugnare l’”imputazione coatta abnorme”
Con la sentenza n. 40984 del 24 settembre 2018, le Sezioni unite riconoscono sia la legittimazione sia l’interesse della persona sottoposta alle indagini a impugnare in cassazione, per abnormità, l’ordinanza del g.i.p. che ordina al p.m. di formulare l’imputazione per un reato diverso da quello per il quale è stata richiesta l’archiviazione. Superando l’orientamento secondo cui l’unico soggetto legittimato all’impugnazione della c.d. imputazione coatta – anche laddove abnorme – è il pubblico ministero, la pronuncia pare salvaguardare l’interesse generale al regolare svolgimento dell’iter procedimentale stabilito dal legislatore. La violazione dello schema legale prefissato è, invero, un vizio che si ripercuote su tutti i soggetti processuali: difesa, in primis. Difatti, nel caso di specie, posto che l’ordinario concatenarsi degli atti del procedimento prevede la necessità che l’imputazione coatta per fatti non contemplati dal p.m. nella richiesta di archiviazione sia preceduta dall’apposita iscrizione nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., la mancata osservanza – da parte del g.i.p. – della cadenza procedurale ha inciso “pesantemente sulla possibilità per l’indagato di interloquire sull’accusa e sulla sua legittimità e, in ultima analisi, sulla possibilità di difendersi”. In questa prospettiva, la Cassazione sembra altresì esaltare il pieno contraddittorio (già) durante la fase delle indagini preliminari, principio da attuare comunque in un’ottica di collaborazione e di rispetto reciproco dei ruoli. In sede archiviativa, nello specifico, l’interlocuzione tra gli attori principali del rito penale è garantita dallo ius ad loquendum discendente dall’art. 409, co. 2 c.p.p.: il giudice può, motu proprio e inaudita altera parte, procedere alla riqualificazione giuridica del fatto-reato individuato dall’accusa; tuttavia, se ritiene ipotizzabili e perseguibili ulteriori fattispecie criminose, la configurabilità di una nuova incolpazione deve necessariamente passare attraverso il preventivo coinvolgimento dialettico del pubblico ministero e della persona sottoposta alle indagini.

Quando risponde di concorso in estorsione chi funge da “intermediario” tra vittima ed estorsore?
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva confermato l’ordinanza del GIP che aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere per il reato di estorsione nei confronti di un soggetto che aveva svolto le veci di “intermediario” tra la vittima dell’estorsione e l’autore del reato in questione, la Corte di Cassazione (sentenza 26 settembre 2018, n. 41865) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui gli elementi inidizari non consentivano di ritenere provata la consapevolezza dell’indagato circa la natura illecita del rapporto tra l’estorsore e le persone offese - ha infatti ribadito che l'intermediario risponde comunque del reato di concorso in estorsione, salvo che il suo intervento abbia avuto la sola finalità di perseguire l'interesse della vittima e sia stato dettato da motivi di solidarietà umana, finalità motivatamente esclusa nel caso di specie dall'ordinanza impugnata.

Paga la benzina con denaro falso: valida la querela sporta dal cassiere e non dal gestore
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di truffa contestato al conducente di un’autovettura che, dopo aver fatto rifornimento, aveva cercato di pagare consegnando al cassiere banconote contraffatte, la Corte di Cassazione (sentenza 26 settembre 2018, n. 41785) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui il reato di truffa non era procedibile perché la querela era stata presentata dall’addetto alle casse dell'area di servizio, soggetto non legittimato alla sua presentazione - ha invece riaffermato che quando si procede per truffa la titolarità del diritto di querela spetta sia al soggetto raggirato e materialmente defraudato del bene alla cui apprensione era diretta la condotta illecita, sia al soggetto che ha patito il danno patrimoniale, ovvero a colui che vanta il diritto di proprietà sul bene appreso illecitamente, essendo possibile la coesistenza di più soggetti passivi di un medesimo reato.

Lascia i figli chiusi in auto per 30 minuti: tempo sufficiente per il reato di abbandono di minori?
Ciò che rileva maggiormente nella norma di cui all’art. 591 c.p. è la messa in pericolo dell’incolumità di un minore, più che la durata dell’abbandono, con la conseguenza che si profila il reato in parola anche nelle ipotesi di abbandono temporaneo che mette in pericolo la sicurezza della persona (Tribunale di Trento, sentenza 26 marzo 2018, n. 150).

La Riforma della disciplina del “Terzo settore” tra sussidiarietà orizzontale e impresa sociale
Di seguito l'articolo del dott. Briganti, pubblicato sulla Notariato, n. 5/2018, Ipsoa. L’intento è di presentare un primo quadro della c.d. Riforma del Terzo settore alla luce dei recenti interventi normativi, la legge n. 106 del 2016 approvata dal Parlamento italiano, che fornisce una delega al governo per una revisione completa delle leggi su volontariato, cooperazione sociale, associazioni senza scopo di lucro e ONLUS. Il governo ha adottato un disegno di legge dopo una consultazione pubblica e il Parlamento ha apportato numerosi emendamenti alla proposta originale. Il testo contiene una definizione importante del Terzo Settore, e i casi di esclusione (ad esempio, partiti politici, sindacati, fondazioni bancarie, ecc.).

Il direttore dei lavori non è responsabile per l’abbandono dei rifiuti prodotti dalla ditta appaltatrice
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il tribunale aveva condannato un imputato, direttore dei lavori in un cantiere, per aver abbandonato in assenza di autorizzazione rifiuti speciali non pericolosi, costituiti da rifiuti misti dell'attività di costruzione e demolizione e miscele bituminose, la Corte di Cassazione (sentenza 26 settembre 2018, n. 41699) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui il Tribunale aveva, quindi, erroneamente affermato la sua responsabilità, quale direttore dei lavori, per non avere impedito la condotta di abbandono dei rifiuti - ha infatti ribadito che non sussiste alcun obbligo a carico del committente o del direttore dei lavori di intervenire nella gestione dei rifiuti prodotti dalla impresa appaltatrice, o di garantire che la stessa sia effettuata correttamente, laddove non venga accertato alcun coinvolgimento diretto o un qualsiasi contributo commissivo nelle operazioni di illecita gestione dei rifiuti derivanti dal cantiere.

Decreto sicurezza: lettura a caldo su DASPO sportivo e DASPO urbano
Con il D.L. 4 ottobre 2018, n. 113 “sicurezza-immigrazione” il Governo, nella sua veste di Legislatore, ha inteso intervenire in diversi settori dell’ordinamento, con il dichiarato fine, tra gli altri, di garantire la sicurezza dei consociati. Tra le modifiche apportate dal Titolo II del decreto legge in commento e per quel che interessa ai fini del presente contributo, interessante risulta lo studio del tenore normativo degli artt. 22 e 23, i quali incidono rispettivamente sulla disciplina del DASPO sportivo e del DASPO urbano, estendendone l’orizzonte applicativo a talune fattispecie non contemplate dalla normativa precedente.

Decreto sicurezza: le nuove sanzioni in materia di subappalti illeciti
Un altro decreto sicurezza (D.L. 4 ottobre 2018, n. 113). Se ne perde il conto ormai. L’ultimo (il cd. decreto Minniti) volgeva interamente lo sguardo ai problemi della sicurezza urbana e provava a coinvolgere gli enti territoriali, in primo luogo i comuni, nella bonifica delle periferie e nel contenimento della micro-criminalità. Non è facile, invece, individuare quali siano le linee di fondo del decreto Salvini nella parte destinata alla sicurezza. Mentre le norme sull’immigrazione sono chiaramente orientate dalle nuove ideologie governative, le altre parti del decreto suscitano, piuttosto, la sensazione che siano stati raccattati, un po’ a caso, proposte e suggerimenti giacenti da anni nei cassetti del Viminale per ampliare il raggio d’azione di un decreto legge altrimenti troppo marcato politicamente.

Sempre punibile la tentata estorsione commessa ai danni del convivente more uxorio
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna di un imputato per il reato di estorsione consumata con minaccia, senza alcuna violenza, ai danni della convivente "more uxorio", la Corte di Cassazione (sentenza 26 settembre 2018, n. 41675) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui essendo stato commesso il reato senza alcuna violenza ma esclusivamente in base a minacce, sarebbe stato applicabile l'art. 649 c.p. - ha invece ricordato che i reati consumati di cui agli artt. 628, 629 e 630 c.p. escludono sempre la non punibilità dell'autore, a prescindere dal tipo di condotta posta in essere, non rilevando la circostanza che la stessa fosse stata posta in essere dal convivente “more uxorio”.

Resistenza a più pubblici ufficiali: per le SS.UU. i reati si moltiplicano
Con la sentenza n. 40981 del 2018, le Sezioni Unite Penali della Corte hanno dato risposta al quesito “se commetta più violazioni dell'art. 337 c.p. l'agente che, con una sola azione usa violenza o minaccia per opporsi a più pubblici ufficiali o a più incaricati di pubblico servizio mentre compiono un atto del loro ufficio o servizio o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza”.

Autocarro investe pedone facendo retromarcia: è omicidio colposo
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la sentenza di condanna per il reato di omicidio colposo contestato al conducente di un autocarro che, nell’eseguire una manovra di retromarcia, aveva investito una signora che transitava dietro il mezzo, non essendosi accorto della sua presenza, la Corte di Cassazione (sentenza 25 settembre 2018, n. 41357) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui egli non era tenuto ad avvalersi nella manovra dell'ausilio di una persona a terra, poiché egli guidava un mezzo omologato che non imponeva tale precauzione – ha invece ribadito che il conducente, qualora si renda conto di avere alle spalle una strada che non rende percepibile l'eventuale presenza di un pedone, se non può fare a meno di effettuare la manovra, deve porsi nelle condizioni di controllare la strada, ricorrendo, se del caso, alla collaborazione di terzi che, da terra, lo aiutino per consentirgli di fare retromarcia senza alcun pericolo per gli altri utenti della strada.

Confisca allargata: si applica anche ai delitti tentati purchè aggravati ex art. 7 d.l. n. 152/1991
Con la sentenza n. 40985 del 2018 le Sezioni Unite penali della Suprema Corte hanno dato risposta alla seguente questione di diritto: “se sia possibile disporre il sequestro preventivo finalizzato alla c.d. confisca allargata ex art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356 e succ. mod. nel caso di violazione di reati contemplati da tale norma, anche nella forma del tentativo aggravato dall’art. 7 legge n. 203 del 1991”.

MAE: la Brexit non è motivo per non eseguire il mandato emesso dai giudici inglesi
La Brexit incide sull’esecuzione di un mandato d’arresto europeo (MAE) trasmesso dal Regno Unito all’Irlanda prima della data prevista per il recesso dall'Ue? Secondo la Corte di Giustizia la risposta è negativa, il MAE deve continuare ad essere eseguito, nulla è cambiato rispetto a prima della Brexit sotto questo profilo. Lo ha affermato la Corte di giustizia Ue, con la sentenza RO del 19 settembre 2018 (C-327/18), con cui ha chiarito che la mera notifica, da parte del Regno Unito, della propria intenzione di recedere dall’Unione non è una circostanza “eccezionale” in grado di giustificare il rifiuto di eseguire un mandato d’arresto europeo emesso da tale Stato membro. Secondo i giudici di Lussemburgo, in particolare, in mancanza di ragioni serie e comprovate di ritenere che la persona oggetto del mandato rischi di essere privata dei diritti riconosciuti dalla Carta e dalla decisione quadro 2002/584/GAI a seguito del recesso dall’Unione dello Stato membro emittente, il mandato dev’essere eseguito fintanto che tale Stato membro faccia parte dell’Unione.

È violenza privata impedire il passaggio e la chiusura di un cancello per diversi giorni
Il requisito della violenza, elemento necessario ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 610 c.p., si configura con qualsiasi mezzo adoperato dall’agente, idoneo a privare coattivamente la libertà di azione e determinazione della persona offesa, c.d. violenza impropria (Cassazione penale, sez. V, sentenza 12 settembre 2018, n. 40482).

Rifiuta l’alcoltest, poi “consigliato” dall’avvocato lo accetta: applicabile il 131 bis
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, nel confermare la sentenza di primo grado, aveva condannato un imputato per essersi inizialmente rifiutato di sottoporsi all’alcoltest, poi accettando di sottoporvisi dopo aver telefonicamente parlato con il proprio avvocato, la Corte di Cassazione (sentenza 24 settembre 2018, n. 40926) – pur disattendendo la tesi difensiva secondo cui al rifiuto iniziale era seguito dopo pochi minuti il consenso a sottoporsi all’alcoltest - ha tuttavia ritenuto che il comportamento dell’imputato rientrasse nel campo di applicazione della speciale causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis, c.p., atteso che non solo l'alcoltest aveva dato esito negativo, ma l'imputato non aveva provocato incidenti stradali o tenuto una condotta di guida pericolosa, dovendosi dunque affermare che, in concreto, il bene tutelato dalla norma della sicurezza nella circolazione stradale non era stato messo in pericolo dalla condotta serbata dal medesimo.

Successione di leggi penali: rileva la condotta o il verificarsi dell’evento?
Con la sentenza n. 40986 del 19/7/18 (dep. 24/9/18) le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state chiamate a dirimere il conflitto giurisprudenziale sorto in ordine al trattamento sanzionatorio da applicare nel caso di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole. Più precisamente, la questione di diritto sottoposta alle Sezioni Unite è la seguente: se, a fronte di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole, debba trovare applicazione la legge vigente al momento della condotta ovvero quella vigente al momento dell’evento. Ebbene, all’esito di un articolato percorso motivazionale, è stato affermato il seguente principio di diritto: in tema di successione di leggi penali, a fronte di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale più favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale più sfavorevole, deve trovare applicazione la legge vigente al momento della condotta; ciò anche in ossequio alle funzioni costituzionali della pena, segnatamente quella di prevenzione generale e quella rieducativa.

La macchina cambiamonete è qualificabile come “sistema informatico” ai fini penali?
In tema di reati informatici, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 615quinquies, c.p. (Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico), è necessario che l’azione illecita riguardi un “sistema informatico”, il quale presuppone l'attitudine della macchina (hardware) ad organizzare ed elaborare dati, in base ad un programma (software), per il perseguimento di finalità eterogenee. Ne consegue che, al fine di ritenere sussistente il reato, alla funzione di registrazione e di memorizzazione dei dati, anche elettronica, deve affiancarsi l'attività di elaborazione e di organizzazione dei dati medesimi (Cassazione penale, sez. V, sentenza 11 settembre 2018, n. 40470).

L’ultimo intervento delle SS.UU. sul reato di organizzazione dell’immigrazione clandestina
Con la sentenza n. 40982 del 2018, le sezioni unite penali della Corte hanno dato risposta al quesito Se in tema di disciplina dell'immigrazione, le fattispecie disciplinate dall'art. 12, comma terzo, del D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 costituiscano circostanze aggravanti del delitto di cui all'art. 12, comma primo, del medesimo D.lgs. ovvero figure autonome di reato. In eventualità siffatta se il delitto di cui all'art. 12, comma 3, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 integri un reato di pericolo o "a consumazione anticipata", che si perfeziona per il solo fatto di compiere atti diretti a procurare l'ingresso dello straniero nel territorio dello Stato, in violazione della disciplina di settore, non richiedendo l'effettivo ingresso illegale dell'immigrato in detto territorio.

Illegittimo non consentire il controllo giurisdizionale in caso di perquisizione domiciliare negativa
Pronunciandosi su un caso “italiano” in cui si discuteva della legittimità della perquisizione svolta dalle autorità fiscali italiane all’interno di un’abitazione sita in Italia, della quale il ricorrente è proprietario dal 2009 e nella quale la moglie e i suoi figli vivono durante l'anno scolastico, la Corte di Strasburgo ha ritenuto, all'unanimità, che vi era stata una violazione dell'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte (sentenza 27 settembre 2018, n. 57278/11) ha rilevato in particolare che l'ingerenza con il diritto del ricorrente al rispetto del suo domicilio non era avvenuto "in conformità con la legge", ai sensi dell'articolo 8 § 2 della Convenzione, perché non vi era stata un’efficace valutazione da parte dell’autorità giudiziaria richiesta in uno Stato di diritto in una società democratica. Nessun giudice infatti aveva esaminato la legittimità del mandato di perquisizione dell’abitazione, né prima né dopo la sua esecuzione. La legge italiana non fornisce infatti sufficienti garanzie, né a monte né a valle, contro i rischi di abuso di potere o di atti arbitrari.

Cannabis terapeutica: uno sguardo a Sudafrica, Canada e Australia
L’uso della cannabis terapeutica è oggetto di grande dibattito politico e giurisprudenziale. In questa rassegna si dà conto di alcune tra le decisioni più recenti dove, in una legislazione molto rigorosa, la somministrazione di cannabinoidi è stata ammessa in modo più o meno esteso. Vediamo per quali ragioni.

Quando la cattiva conservazione degli alimenti è palese non servono perizie per accertarla
Il cattivo stato di conservazione degli alimenti, dovuto alla inosservanza delle prescrizioni igienico- sanitarie, integra il reato di cui all’art. 5 lett. b) della legge 30 aprile 1962, n. 283, in quanto reato di danno volto alla tutela del c.d. ordine alimentare (Cass. pen. Sez. III, sentenza 31 agosto 2018, n. 39318).

“Dammi il portafoglio!”: anche se detto per scherzo è sempre violenza privata
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva riqualificato il fatto ritenuto dal Tribunale integrare il diverso reato di tentata rapina aggravata commesso da alcuni soggetti, perché agendo in concorso fra loro, sotto la minaccia di un'arma, si facevano consegnare da persona da loro conosciuta il portafogli, salvo poi restituirglielo dopo pochi istanti, la Corte di Cassazione (sentenza 12 settembre 2018, n. 40488) – nel respingere, per quanto rileva in questa sede, la tesi difensiva secondo cui non ricorrevano gli estremi della violenza o minaccia, quali elementi costitutivi del delitto di violenza privata, in quanto l'imputato aveva agito “ioci causa” e la stessa vittima aveva percepito l'episodio come un semplice scherzo fra amici e mai aveva riferito di aver consegnato il portafogli perché intimorito o costretto dalla violenza subita - ha diversamente affermato che deve ritenersi sussistente il reato di violenza privata, atteso che ove il reo volontariamente costringa, attraverso una condotta oggettivamente minacciosa ed idonea a determinare l'effetto perseguito, la persona offesa a consegnare il proprio portafogli, si realizza l’effetto tipico previsto dall’art. 610, c.p., donde, trattandosi di reato a dolo generico ed a consumazione istantanea, è irrilevante che successivamente al momento consumativo il reo restituisca spontaneamente il maltolto alla vittima.

Continuazione tra reati puniti con pene eterogenee: le SS.UU. risolvono il contrasto
In tema di reato continuato, l’istituto della continuazione, di carattere generale, è applicabile in ogni caso in cui più reati siano stati commessi in esecuzione del medesimo disegno criminoso, anche quando si tratti di reati appartenenti a diverse categorie e puniti con pene eterogenee. Tuttavia, nei casi di reati puniti con pene eterogenee (detentive e pecuniarie) posti in continuazione, l'aumento di pena per il reato satellite va comunque effettuato secondo il criterio della pena unitaria progressiva per moltiplicazione, rispettando tuttavia, per il principio di legalità della pena e del favor rei, il genere della pena previsto per il reato satellite, nel senso che l'aumento della pena detentiva del reato più grave andrà ragguagliato a pena pecuniaria ai sensi dell'art. 135 c.p. (Cassazione penale, Sezioni Unite, sentenza 24 settembre 2018, n. 40983).

Stalking condominiale: la recente giurisprudenza
L’orientamento giurisprudenziale più recente segna una evoluzione dell’ambito applicativo del reato di stalking, i cui orizzonti applicativi non sono più confinati a fenomeni di degenerazione dei rapporti affettivi, ma si estendono anche a quelle condizioni di prossimità di vita tipiche dei rapporti di vicinato. L'estensione all'ambito condominiale del reato di cui all'art. 612-bis c.p., si caratterizza, sul piano tecnico giuridico, per una peculiarità del soggetto passivo: si tratta di condotte poste in essere ai danni di una pluralità di persone abitanti nello stesso edificio o nello stesso quartiere e, dunque, non conviventi, né appartenenti al medesimo nucleo familiare, spesso non legate da vincoli affettivi.

Farsi rimborsare un credito erariale esibendo il falso documento del titolare è truffa aggravata
In tema di truffa, l’aggravante del fatto commesso in danno di ente pubblico è configurabile quando il soggetto passivo del raggiro è l’ente pubblico ed è diverso dal soggetto passivo del danno, ossia il privato, e deve ritenersi integrata anche in difetto di contatti diretti tra il truffatore e il truffato, sempre che sussista un nesso di causalità tra i raggiri o artifizi posti in essere per indurre in errore il terzo, il profitto tratto dal truffatore ed il danno patrimoniale patito dal truffato (Cassazione penale, sezione II, sentenza 5 settembre 2018, n. 39958).

Protezione sussidiaria, no all'esclusione automatica basata sulla gravità del reato commesso
Non si può negare la protezione sussidiaria solo perché la persona richiedente è stata condannata per aver «commesso un reato grave» laddove la gravità sia ritenuta tale sulla sola base della pena prevista per un determinato reato dal diritto di uno Stato Ue. La normativa di uno Stato membro che preveda ciò, ha affermato in buona sostanza la Corte di Giustizia UE con la sentenza Ahmed del 13 settembre 2018 (C-369/17), contrasta con la direttiva 2011/95/UE su rifugiati e sulla protezione sussidiaria, precisando che la valutazione della gravità dell’illecito in questione spetta all’autorità o al giudice nazionale competente che statuisce sulla domanda di protezione sussidiaria e che tale valutazione richiede un esame completo di tutte le circostanze del caso individuale.

Concorso nella violazione di sigilli: non basta aver omesso di esercitare la vigilanza sul bene
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la condanna di una donna per il reato di violazione di sigilli in concorso, la Corte di Cassazione (sentenza 12 settembre 2018, n. 40444) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui erroneamente non si era proceduto alla riqualificazione del fatto addebitatole nei termini di agevolazione colposa anziché confermare la condanna per concorso nella violazione dei sigilli - ha infatti ribadito che il custode del bene sottoposto a sequestro non risponde del reato doloso previsto dall'art. 349, secondo comma, c.p., ma dell'illecito amministrativo di cui al successivo art. 350 c.p., quando la violazione dei sigilli, da terzi perpetrata, sia la conseguenza della violazione, dovuta a negligenza o a trascuratezza, dei doveri di vigilanza imposti al custode medesimo, ricorrendo, invece, la responsabilità penale di questo laddove la manomissione del bene.

È partecipazione a terrorismo internazionale condividere l’ideologia dell’ISIS in rete
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva respinto l’istanza con cui alcuni soggetti, indagati per il reato di partecipazione ad associazione finalizzata al terrorismo internazionale, in quanto sospettati di aderire all’ISIS, la Corte di Cassazione (sentenza 11 settembre 2018, n. 40348) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici avrebbero ricondotto all'art. 270 bis c.p. condotte che, al più, assumevano rilievo sotto il profilo del reato di apologia, ai sensi dell'art. 414, comma 4, c.p. ovvero costituivano solo legittime manifestazioni del pensiero - ha diversamente affermato che per partecipare e rafforzare una associazione con finalità di terrorismo, qual è l’ISIS, è sufficiente che il partecipe si metta 'a disposizione' della "rete" per attuare il disegno terroristico e che questa "sappia" direttamente o indirettamente del singolo.

Intercettazioni: un rinvio opportuno per una pessima legge
È stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 220 del 2018 la legge 21 settembre 2018 n. 108 contenente “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 luglio 2018, n. 91, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative”. La legge, entrata in vigore il giorno successivo a quello di pubblicazione, dispone all’art. 2 la proroga di termini in materia di giustizia.

Lieve entità: erroneo considerare 'unitariamente' la detenzione di droghe pesanti e leggere
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d'appello aveva confermato la sentenza di condanna resa dal Tribunale nei confronti di un soggetto giudicato responsabile del reato di cui all'art. 73, co. 1 T.U. Stup., in relazione alla illecita detenzione di 4,10 grammi di cocaina, e del reato di cui all'art. 73, co. 4 T.U. Stup., in relazione alla detenzione di 135 grammi di marijuana e di 90 grammi di hashish, la Corte di Cassazione (sentenza 11 settembre 2018, n. 40294) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui la sentenza aveva errato nell’escludere la sussistenza del fatto di lieve entità solo per la circostanza della codetenzione di sostanze stupefacenti di tipo diverso - ha infatti affermato che è erroneo considerare 'unitariamente' il fatto di detenzione di sostanze pesanti e leggere per valutarne la lieve entità, in quanto è la lettera della legge ad impegnare ad una valutazione separata delle singole condotte connotate dal peculiare e diverso oggetto materiale, non esistendo più fatti nei quali l'identità tipologica delle sostanze perde capacità connotativa, atteso che a diversa classe di sostanze consegue diverso delitto.

Affidamento in prova: l’evoluzione positiva della personalità va premiata anche se il reato è grave
Con la sentenza n. 40341/2018, la Prima Sezione della Cassazione è tornata ad occuparsi dei presupposti applicativi per la concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale, ai sensi dell’art. 47 O.P.: riprendendo il principio di diritto consolidatosi negli anni da parte della giurisprudenza di legittimità, la Cassazione ha ribadito la preminenza dell’evoluzione positiva della personalità dell’affidato rispetto alla gravità del reato commesso, privilegiando il percorso intramurario svolto dal condannato rispetto al suo pregresso criminale.

Se uno schiaffo provoca un infarto: la prevedibilità delle aggravanti del delitto di lesioni
Ai fini della valutabilità delle aggravanti del delitto di lesioni, la previsione o la prevedibilità dell’evento che integra dette aggravanti può ritenersi sussistente quando la condotta dell’agente per la qualità del mezzo adoperato, la direzione, la violenza, la reiterazione dei colpi, di per sé riveli l’intenzione di arrecare notevole danno alla vittima. Laddove la condotta non assuma i caratteri enunciati, la valutazione in ordine a tale prevedibilità deve essere fatta caso per caso e, pertanto, quando all’esito grave o gravissimo delle lesioni concorrano particolari condizioni fisiche o di salute della persona offesa, si dovrà tener conto, oltre che della situazione “apparente” della vittima, anche di quella prevedibile in relazione all’età, al sesso ed a quant’altro possa essere preso in considerazione nel caso specifico (Cassazione penale, sentenza 3 settembre 2018, n. 39436).

Il giudice dell’esecuzione può modificare la data del reato se non già accertata con sentenza irrevocabile
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il Tribunale, quale giudice dell’esecuzione, aveva revocato l'indulto concesso ad un condannato relativamente alla pena inflittagli con sentenza divenuta irrevocabile per avere questi commesso, nel quinquennio dalla entrata in vigore della legge n. 241/2006, altro delitto riportando condanna alla pena detentiva ostativa al riconoscimento della causa di estinzione della pena, la Corte di Cassazione (sentenza 5 settembre 2018, n. 39943) – nell’accogliere la tesi difensiva secondo cui il Tribunale aveva erroneamente revocato il beneficio dell'indulto facendo riferimento esclusivamente alla data dell'accertamento e non a quella antecedente della commissione del reato di ricettazione, per sua natura istantaneo - ha affermato che se in sede esecutiva non è consentito modificare la data del commesso reato, accertata nel giudizio di cognizione con sentenza passata in giudicato, quando, invece, il “tempus commissi delicti” non è indicato in modo preciso e con ben definiti riferimenti fattuali nel capo di imputazione, il giudice dell'esecuzione può prendere conoscenza del contenuto della sentenza e, occorrendo, degli atti del procedimento, per ricavarne tutti gli elementi da cui sia possibile desumere l'effettiva data del reato, ove essa sia rilevante ai fini della decisione che gli è demandata.

Prova informatica e diritti fondamentali: a proposito di captatore e non solo
Di seguito l'articolo della Prof.ssa Conti, pubblicato su Diritto Penale e Processo n. 9/2018, Ipsoa. L’evoluzione tecnologica mette a disposizione degli inquirenti strumenti caratterizzati, a un tempo, dalla formidabile potenzialità accertativa e dalla inusitata idoneità a comprimere i diritti individuali. Dalla più recente giurisprudenza delle due Corti si traggono modelli teorici in via di consolidamento che consentono di collocare le innovazioni informatiche nel sistema probatorio attraverso il riferimento alla prova incostituzionale ed al principio di non sostituibilità.

L’accertata violazione della Convenzione EDU non garantisce sempre la riapertura del processo
Pronunciandosi su un caso “greco” in cui si discuteva della legittimità della decisione della Corte di Cassazione di non disporre la riapertura di un processo penale, in relazione al quale la Corte di Strasburgo aveva in precedenza accertato la violazione di una norma della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Corte EDU ha escluso che vi fosse stata una violazione dell’art. 6 della Convenzione sotto il profilo del diritto ad un giusto processo. La causa riguardava il rigetto della domanda di riapertura di un processo davanti alle autorità giudiziarie greche dopo che una sentenza della Corte EDU aveva riscontrato una violazione della Convenzione EDU verificatasi nel corso di quello stesso processo. La Corte di Strasburgo ha ritenuto, in particolare, che non sembrava essere arbitrario il ragionamento della Corte di Cassazione, che aveva limitato i casi idonei a dar luogo alla riapertura dei procedimenti penali conclusisi con sentenza irrevocabile, o quantomeno subordinandone la riapertura alla ricorrenza di criteri da valutare da parte dei giudici nazionali. La Corte EDU (decisione 6 settembre 2018 n. 29321/13) ha ribadito la sua costante giurisprudenza secondo cui la Convenzione non garantisce il diritto alla riapertura del procedimento. La Corte ha anche dichiarato che, tenuto conto della discrezionalità ("margine di discrezionalità") di cui godono le autorità nazionali nell'interpretazione delle sue sentenze, la Corte di Cassazione aveva il diritto di affermare che la precedente sentenza del 2011 non aveva messo in discussione l 'equità del procedimento o l’indipendenza ed imparzialità dei giudici.

Maltrattamenti in ambito lavorativo: configurabili solo se il contesto è para-familiare
Il reato di maltrattamenti in famiglia può essere realizzato anche in ambienti di lavoro, purché il contesto lavorativo presenti i caratteri della para-familiarità. Tale requisito deve essere valutato non tanto sulla scorta di elementi quantitativi o dimensionali dell’azienda, bensì analizzando in concreto la qualità del rapporto intercorrente tra il datore ed il lavoratore. Così stabilisce la sent. n. 39920 del 2018 della VI Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Confisca di prevenzione: le SS.UU. sul termine di ammissione della domanda del terzo creditore
Con la sentenza n. 39608 del 2018 le Sezioni Unite penali della Suprema Corte hanno dato risposta alla seguente questione di diritto: “Se i creditori muniti di ipoteca iscritta sui beni confiscati all’esito dei procedimenti di prevenzione, per i quali non si applica la disciplina del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, devono presentare la domanda di ammissione del loro credito, al giudice dell’esecuzione presso il tribunale che ha disposto la confisca, nel termine di decadenza previsto dall’art. 1, comma 199, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, anche nel caso in cui non abbiano ricevuto le comunicazioni di cui all’art. 1, comma 206, della legge da ultimo citata”.

Se la procura speciale è senza limiti l’avvocato può anche valutare la modifica dell’imputazione
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d'appello aveva confermato la sentenza di condanna resa dal Tribunale con rito abbreviato nei confronti di una donna ritenuta responsabile del reato di calunnia, la Corte di Cassazione (sentenza 4 settembre 2018, n. 39926) – nel respingere la tesi difensiva secondo cui la sentenza doveva ritenersi nulla in quanto la richiesta di rito abbreviato, formalizzata dal procuratore speciale, era avvenuta sulla scorta di un mandato rilasciato in riferimento alle originarie imputazioni, con conseguente inefficacia della stessa per il reato come modificato all’udienza preliminare dal PM - ha diversamente affermato che la eventuale modifica dell'imputazione nel corso dell'udienza preliminare non toglie efficacia al mandato conferito ai fini della richiesta di rito abbreviato, ove questo non contenga una esplicita limitazione e che, ogni volta che la procura speciale a concludere il processo con un rito a prova contratta non preveda limiti e condizioni, spetta al difensore la valutazione della coerenza del negozio processuale con gli interessi dell'imputato che gli ha conferito il mandato.

Famiglia e minori


Lo scioglimento della comunione ereditaria è atto mortis causa o inter vivos?
E’ questione “di particolare importanza” che giustifica la rimessione degli atti al primo presidente, affinché valuti l'opportunità di assegnare la trattazione e la decisione del ricorso alle sezioni unite, quella relativa alla qualificazione dello atto di scioglimento della comunione ereditaria, se cioè, esso sia assoggettato alla disciplina prevista per gli atti “mortis causa” o se, invece, sia da qualificarsi atto “inter vivos”. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 16 ottobre 2018, n. 25836.

Legittima la revocazione della donazione per infedeltà del coniuge donatario?
Poco prima del matrimonio, il futuro marito acquista con denari propri un immobile e lo intesta interamente alla futura moglie, con ciò dando luogo ad una donazione indiretta. Dopo soli quattro anni, il matrimonio va in crisi anche a causa dell’infedeltà della moglie. I coniugi continuano a coabitare, pur separati di fatto, e la moglie intrattiene una nuova relazione extraconiugale. Al di là e a prescindere dalla regolamentazione dei loro rapporti personali, il marito adisce le vie legali per ottenere la revocazione della donazione indiretta dell’immobile, adducendo che il comportamento della donna avrebbe integrato gli estremi dell’ingratitudine di cui all’art. 801 c.c. La Corte di cassazione, con l’ordinanza in commento, rigetta i motivi di ricorso, così confermando la decisione dei gradi precedenti, escludendo che l’infedeltà coniugale possa dar luogo a quell’ingiuria grave richiesta dall’art. 801 c.c. per la revocazione della donazione, essendo necessario a tal fine che l’infedeltà si accompagni ad un atteggiamento di disistima delle qualità morali del donante e sia espressione di profonda avversione o di perversa animosità nei confronti di quest’ultimo, occorrendo altresì che tale comportamento offensivo sia espressamente rivolto a lederne la sfera morale.

Viola la CEDU negare il cambio del nome ad un transessuale prima dell’intervento chirurgico
Pronunciandosi su un caso “italiano” in cui si discuteva della legittimità della decisione dell’autorità amministrativa (Prefetto) di autorizzare un transessuale dall’aspetto femminile a cambiare il suo nome maschile, in quanto nessun provvedimento giudiziario irrevocabile era intervenuto a confermare il mutamento di “sesso”, la Corte EDU ha riconosciuto la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel maggio 2001 il tribunale di Roma aveva autorizzato S.V. a sottoporsi a trattamento chirurgico per il cambiamento di sesso. Tuttavia, secondo la legislazione in vigore allora, questi non poteva cambiare il nome fino a quando il giudice non avesse confermato l’avvenuta esecuzione dell’intervento chirurgico ed emesso una sentenza irrevocabile con cui accertava l’avvenuto cambiamento di sesso, cosa avvenuta il 10 ottobre 2003. La Corte di Strasburgo ha ritenuto che la questione in esame rientrasse interamente nell'ambito del diritto al rispetto della vita privata. Ha precisato che l’impossibilità di S.V. di ottenere il cambiamento del proprio nome per oltre 2 anni e mezzo, a causa del fatto che la procedura di mutamento di sesso non era stata completata a seguito del rinvio dell’intervento chirurgico per il cambio di sesso, costituiva un’omissione dallo Stato di adempiere al suo obbligo positivo di assicurare il diritto del ricorrente al rispetto della sua vita privata. Dal punto di vista della Corte EDU, la natura rigida della procedura giudiziaria richiesta per il riconoscimento dell'identità sessuale ai soggetti transessuali, come allora in vigore, avevano lasciato S.V. – il cui aspetto fisico e la cui identità sociale erano stati femminili per lungo tempo– per un periodo irragionevole in una posizione anomala tale da generare un senso di vulnerabilità, umiliazione e ansia. Infine, la Corte EDU ha osservato che la legislazione era stata modificata nel 2011, non essendo più richiesta la pronuncia di una seconda sentenza ed essendo oggi previsto che le annotazioni sul registro dello stato civile possono essere ordinate dal giudice con la stessa sentenza che autorizza l’intervento chirurgico per il cambiamento di sesso.

I “due padri” e l’ordine pubblico ... tra sezioni semplici e sezioni unite
Di seguito l'articolo del Prof. Dogliotti, pubblicato su Famiglia e Diritto n. 10/2018, Ipsoa. Commentando un’ordinanza di rimessione alle sezioni unite della Cassazione, estremamente interessante per la questione dedotta (il caso di “due padri” del nato, con la maternità surrogata di una donna), l’Autore evidenzia l’insussistenza di contrasto sulla nozione di ordine pubblico internazionale, che costituisce la giustificazione “formale” della rimessione, ed esprime il timore che possano essere messi in discussione i nuovi orientamenti in materia di “due madri” (e oggi “ due padri”), fondati sul preminente interesse del fanciullo. La causa merita rimessione alle sezioni unite della Corte di cassazione, sussistendo presso la medesima Corte contrasto sulla nozione di ordine pubblico internazionale, tra chi richiama soltanto la nostra Costituzione, il diritto comunitario e i trattati internazionali e chi fa pure riferimento alle leggi ordinarie interne di immediata attuazione della Costituzione (nella specie due uomini, uniti in matrimonio all’estero chiedevano il riconoscimento nell’ordinamento italiano del provvedimento di una Corte canadese che riconosceva la loro genitorialità nei confronti di un soggetto nato da maternità surrogata).

In caso di affidamento preadottivo, è preclusa la revoca dello stato di adottabilità
In tema di adozione di minori in stato di abbandono, il provvedimento di affidamento preadottivo impedisce l'accoglimento dell'istanza di revoca del decreto dichiarativo dello stato di adottabilità, benché disposto successivamente alla proposizione di quest'ultima, non avendo essa alcuna valenza sospensiva dell'efficacia esecutiva di detto decreto. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 12 ottobre 2017, n. 25408.

Assegno mantenimento figli: il solo reddito del padre non ne giustifica l’aumento
L'art. 148 cod. civ., nel prescrivere che entrambi i coniugi sono tenuti ad adempiere all'obbligazione di mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo, non detta un criterio automatico per la determinazione dell'ammontare dei rispettivi contributi, costituito dal calcolo percentuale dei redditi dei due soggetti, ma prevede un sistema più completo ed elastico di valutazione. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 10 ottobre 2018, n. 25134.

Immobile in comproprietà tra coniugi: le spese successive alla separazione sono a carico di entrambi
Eventuali conferimenti e spese, sostenute in relazione ad un immobile in comproprietà tra coniugi, e susseguenti alla separazione personale, non avendo fine liberale, dovranno essere considerati esclusivamente quali spese sopportate da uno dei comproprietari in favore del bene in comunione e, pertanto, il giudice dì merito dovrà valutare se uno dei coniugi possa essere condannato a restituirne la metà al coniuge che ha sostenuto l’esborso, facendo applicazione delle regole ordinarie adottabili in materia di comunione ordinaria. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. III, ordinanza 4 ottobre 2018, n. 24160.

Donazione modale: il termine di decorrenza della prescrizione decorre dall'inadempimento
La Suprema Corte II Sez. Civ., con sentenza n. 24131 del 2018, ha ritenuto che l'azione di risoluzione della donazione modale, per l'inadempimento dell'onere in essa stabilito a carico del donatario, può essere proposta solo dal momento in cui si verifica tale inadempimento, purché questo non sia determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile all'obbligato. Ne consegue che l'azione di risoluzione è soggetta alla prescrizione e al relativo termine, decorrente dal momento in cui ha luogo l'inadempimento dell'onere e non dall'assunzione della qualità di erede in capo al soggetto.

E’ nullo il matrimonio concordatario, anche se protrattosi per oltre vent’anni
La convivenza triennale "come coniugi", quale situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all'esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima, è oggetto di un'eccezione in senso stretto, non rilevabile d'ufficio, né opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimità. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 8 ottobre 2018, n. 24729.

Legittima l’assegnazione della casa familiare solo se a tutela della prole
In materia di separazione o divorzio, l’assegnazione della casa familiare, pur avendo riflessi anche economici, particolarmente valorizzati dalla della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, comma 6, è finalizzata all’esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 4 ottobre 2018, n. 24254.

La prescrizione tra coniugi non opera dopo la separazione
Nel regime di separazione tra coniugi, la sospensione della prescrizione non opera atteso che un’interpretazione conforme alla “ratio legis” porta ad una tendenziale equiparazione del regime di prescrizione dei diritti post-matrimoniali e delle azioni esercitate tra coniugi separati. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. III, sentenza 4 ottobre 2018, n. 24160.

Figli di genitori separati: la Carta che li tutela
Il 2 ottobre 2018, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha presentato una nuova Carta, dedicata ai figli dei genitori separati. Ispirandosi alla Convenzione di New York del 1989 sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, evidenziata l’importanza assegnata alla famiglia nella vita di ogni bambino e adolescente, come “unità fondamentale della società e di un ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli”.

Evoluzioni nel riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale
Di seguito l'articolo della professoressa Concetta Marino, pubblicato sulla Rivista di diritto processuale, n. 3/2018, Cedam Il riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale, disciplinato dal Concordato del 1929, subì un significativo mutamento di rotta con l’Accordo di Villa Madama e con l’incidenza sul regime delibativo della l. n. 218 del 1995 di riforma del sistema di diritto internazionale privato e processuale. Anche la recente riforma del processo matrimoniale canonico, oltre a contenere diversi aspetti innovativi, può avere ricadute sul regime di delibazione delle sentenze matrimoniali ecclesiastiche.

Diritto agli alimenti: lo stato di bisogno va provato
ll diritto agli alimenti risulta connesso alla prova, non solamente dello stato di bisogno, bensì anche della impossibilità di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento mediante l’esplicazione di un’attività di lavoro: pertanto, se il richiedente non provi la propria invalidità al lavoro per incapacità fisica o l’impossibilità, per circostanze a lui non imputabili, di trovarsi un’occupazione adeguata alle proprie attitudini e alle proprie condizioni sociali, la relativa domanda deve essere rigettata. A ciò si aggiunga che l’ingiuria grave, richiesta quale ulteriore presupposto per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, consta in una condotta passibile di ledere, in modo rilevante, il patrimonio morale del donante, ed espressivo di un autentico sentimento di ostilità da parte del donatario, tale da provocare disgusto nella coscienza collettiva. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, ordinanza 24 settembre 2018, n. 22447.

Donazione: l'ingratitudine è motivo di revocabilità?
Con sentenza n. 23077/2018 del 26 settembre 2018 la Seconda Sezione della Corte di cassazione ha affermato che non costituiscono presupposto necessario per la revocabilità della donazione per ingraditudine le legittime iniziative a tutela del bene donato, costituenti esercizio del diritto di proprietà del donatario, non potendo essere causa di grave pregiudizio, dolosamente arrecato, al patrimonio del donante se non quando il donatario se ne serva per conseguire vantaggi ingiusti, ossia abnormi o diversi dal risultato ottenibile con l'esercizio del diritto. In ogni caso il pregiudizio arrecato al patrimonio del donante, per effetto di atti ispirati soltanto dall'animosità e dall'avversione maturate nei suoi confronti, con il deliberato proposito di danneggiarlo, rileva solo se “grave”, per la cui valutazione deve tenersi conto della situazione economica dello stesso.Inoltre, la Corte ha ribadito, quanto al diverso ed alternativo presupposto necessario ex art. 801 c.c. per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, che la nozione di “ingiuria grave”, pur mutuando dal diritto penale la sua natura di offesa all'onore ed al decoro della persona, richiede che il comportamento del donatario esprima un durevole sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante, contrastanti con il senso di riconoscenza che, secondo la coscienza comune, dovrebbero invece improntarne l'atteggiamento, secondo una formula aperta ai mutamenti dei costumi sociali (Cass. civ., Sez. 2, n. 22013 del 31/10/2016; n. 7487 del 31/03/2011, n. 17188 del 24/06/2008, n. 14093 del 28/05/2008). La pronuncia fornisce una illuminante chiave interpretativa del dato letterale scarno ed essenziale dell’art. 801 cod. civ., fornendo i parametri per la valutazione, in concreto, dell'idoneità o meno di un dato comportamento a far venir meno gli effetti della donazione, che non può non tener conto del contesto e delle caratteristiche delle parti, oltre che alle ragioni che hanno determinato l'iniziativa  revocatoria.

Intestazione a più persone di conto corrente bancario e prova dell’animus donandi
Di seguito l'articolo dell'Avv. Tommaso Bonamini pubblicato su Famiglia e diritto, n. 8-9/2018, Ipsoa, Milano. L’atto di cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, ove siffatta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatarî, è qualificato, dalla prevalente giurisprudenza, come donazione indiretta, laddove sia pro-vata l’esistenza dell’animus donandi, consistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non ave-va, al momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità. La pronunzia in esame si sof-ferma sulle modalità con cui possa essere offerta la prova dell’animus donandi.

Indicare il nome materno nell’atto di nascita equivale a riconoscimento automatico della filiazione
Il meccanismo previsto dalla attuale legislazione francese, compatibilmente a quella italiana, è quello che ricollega lo status di figlio alla indicazione della madre nell’atto di nascita e tale disciplina, per espressa volontà legislativa, ha efficacia retroattiva, con ciò privilegiandosi, per i figli già nati al momento di entrata in vigore della Riforma, il favor filiationis rispetto alla piena tutela del diritto all’anonimato della madre, ricollegandosi, anche per il passato, all’indicazione del nome materno nell’atto di stato civile, una implicita rinuncia all’anonimato. Tale principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 25 settembre, n. 22729.

Figlio da coppia same sex: il consenso congiunto è fondamento di genitorialità legale
Con decreto del 5 luglio 2018, il Tribunale di Pistoia, in composizione collegiale, Presidente, dott. Fabrizio Amato, Giudice Relatore, dott.ssa Laura Maione, ha dichiarato illegittimo il diniego opposto dal Sindaco del Comune di (…) alla dichiarazione di riconoscimento del figlio minore (…) da parte di (…). Il Tribunale ha espresso il principio di diritto secondo cui lo stato giuridico del nato e il concetto di genitorialità legale trovano il loro fondamento nel consenso espresso congiuntamente dai genitori. La manifestazione del consenso pieno e consapevole è disciplinata dall’art. 6 della L. 40/2004 in materia di Procreazione Medicalmente Assistita. Sotto il profilo dell’identità personale e sociale del figlio minore, non rilevano dunque la natura omossessuale della coppia (“clausola di equivalenza”), il concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico o l’eventuale violazione di divieti di legge, ma piuttosto il concetto di genitorialità intenzionale, al fine di tutelare l’interesse superiore del minore ad avere una propria identità personale all’interno del nucleo familiare e ad instaurare relazioni affettive stabili con entrambi i genitori. Al concetto di coppia di cui all’art. 8 della L. 40/2004, relativo allo stato giuridico del nato, va dunque data, anche laddove l’art. 5, L. 40/2004 faccia riferimento a coppie di sesso diverso, un’interpretazione costituzionalmente orientata che eviti situazioni discriminatorie tra figli nati da coppie etero o omosessuali.

Maternità surrogata: non è contrario all’ordine pubblico avere due genitori dello stesso sesso
Alla luce del preminente interesse del minore, deve essere riconosciuta l’efficacia giuridica, in Italia, di una sentenza canadese che attribuisce la seconda paternità al coniuge del padre di un bambino nato all’estero con il ricorso alla tecnica della maternità surrogata e, di conseguenza, deve essere integrato l'atto di nascita del minore mediante indicazione di entrambi i genitori legali, non sussistendo contrasto con l’ordine pubblico internazionale italiano. Lo stabilisce la Corte di Appello di Venezia, sez. III, ordinanza 16 luglio 2018.

Separazione coniugi: divisione del patrimonio comune in luogo dell’assegno di divorzio
Il Tribunale di Pavia, con sentenza del 17 luglio 2018, ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta dalla ex moglie a carico dell'ex marito, ritenendo che le esigenze di solidarietà post-coniugale, così come intese dalle Sezioni Unite n. 18287/2018, risultassero soddisfatte attraverso il regolamento voluto dalle parti al momento della separazione: in tal contesto le parti hanno diviso il patrimonio comune attraverso attribuzioni che hanno tenuto conto dell'apporto dato dalla moglie alla carriera del marito, con corrispondente sacrificio della propria carriera professionale; al contempo, gli impegni posti a carico del marito hanno consentito alla moglie di accantonare risparmi e di effettuare acquisti immobiliari, con effetti permanenti nonostante lo scioglimento del vincolo coniugale.

Assegno divorzile una tantum? Nessun diritto alla pensione di reversibilità
Con sentenza del 24 settembre 2018, n. 22434 le Sezioni Unite della Cassazione intervengono a dirimere il contrasto giurisprudenziale insorto in merito al diritto dell’ex coniuge a percepire una quota della pensione di reversibilità dell'ex nel caso di avvenuto percepimento in unica soluzione dell'assegno divorzile.

Se il marito non paga il Giudice “decurta” la busta paga (ma non per gli arretrati)
Il provvedimento del Tribunale di Roma, sez. I, sentenza 22 agosto 2018 esclude che nel procedimento finalizzato a ottenere l’ordine di pagamento diretto di cui all’art. 156 c.c. possa essere richiesto il pagamento delle somme arretrate.

Per contestare l’autenticità del testamento non occorre la querela di falso
La parte che contesti l'autenticità del testamento olografo non è tenuta a proporre querela di falso, ma deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura e grava su di essa l'onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo. Lo stabilisce la Cassazione civile, Sez. II, sentenza 3 settembre 2018, n. 21555.

L’infedeltà è normalmente causa della crisi matrimoniale
L'inosservanza dell'obbligo di fedeltà coniugale determina normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 3 settembre 2018, n. 21576.

La collocazione prevalente presso un genitore non deve pregiudicare il diritto di visita dell’altro
È compatibile con il regime di affidamento condiviso il trasferimento della minore dalla residenza paterna presso quella della madre, solo dopo che quest'ultima abbia stipulato un contratto di locazione di appartamento che il padre potrà e dovrà occupare nei periodi in cui starà con la figlia (Corte d’Appello di Venezia, sez. III, decreto 28 luglio 2018).

Spese straordinarie per il mantenimento del figlio: come si ripartiscono tra gli ex?
Secondo la Cassazione, ordinanza 6 settembre 2018, n. 21726, qualora non preventivamente concordato, il riparto, in sede giudiziale, delle spese straordinarie per il mantenimento della prole, deve fondarsi sulla comparazione tra l’entità della spesa e l’utilità e sostenibilità della spesa medesima, parametrata alle condizioni economiche di ciascun genitore.

L’assegno di mantenimento dei figli è dovuto a decorrere dalla domanda
In tema di separazione o divorzio e nella ipotesi in cui uno dei coniugi abbia chiesto un assegno di mantenimento per i figli, la domanda, se ritenuta fondata, deve essere accolta, in mancanza di espresse limitazioni, dalla data della sua proposizione, e non da quella della sentenza, atteso che i diritti e i doveri dei genitori verso la prole, salve le implicazioni dei provvedimenti relativi all’affidamento, non subiscono alcuna variazione a seguito della pronuncia di separazione o divorzio, rimanendo identico l’obbligo di ciascuno dei coniugi di contribuire, in proporzione delle sue capacità, all’assistenza e al mantenimento dei figli. E’ quanto si legge nell’ordinanza n. 22108 dell’11 settembre 2018 della Cassazione.

Divorzio: non rientrano nell’assegno le spese di abitazione del coniuge rinunciante alla casa familiare
Con la sentenza n. 21353/2018 del 29 agosto 2018 la Prima Sezione civile della Corte di cassazione ha affermato che non rientra nel contenuto dell’assegno divorzile e non è qualificabile come tale l’obbligo di corrispondere mensilmente all’ex coniuge una somma di denaro aggiuntiva per provvedere alle necessità abitative dei figli non economicamente indipendenti, già previsto in sede di separazione consensuale a fronte della rinuncia alla assegnazione della pregressa abitazione familiare. La decisione contribuisce a chiarire il contenuto (e l’ambito ed i criteri determinativi) dell’assegno divorzile, cui è estraneo l’obbligo di versamento di una somma aggiuntiva per il fabbisogno abitativo del coniuge e dei figli, determinato dalla rinuncia alla assegnazione della case familiare, per la diversa ratio che connota tale peculiare obbligo.

L’affido condiviso non è incompatibile con la collocazione del minore presso uno solo dei genitori
La regola dell'affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista in precedenza dall'art. 155 cod. civ. con riferimento alla separazione personale dei coniugi e ora dall'art. 337-ter c.c.. per tutti i procedimenti indicati dall'art. 337-bis c.c., non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l'altro genitore. A confermarlo è la Cassazione con ordinanza 12 settembre 2018, n. 22219.

I provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale non sono impugnabili in Cassazione
La Suprema Corte, con l’ordinanza del 6 settembre 2018, n. 21688, ha respinto il ricorso avverso il decreto della Corte di Appello di Catania, la quale ha dichiarato inammissibile il reclamo proposto contro il decreto del Tribunale per i Minorenni emesso nell’ambito di un procedimento de potestate, ex art. 330 cod. civ. Il Giudice di secondo grado, sottolinea l’ordinanza, avrebbe chiaramente evidenziato che il decreto del Tribunale impugnato, oltre a riprodurre le statuizioni adottate sull’affidamento del minore nel giudizio di separazione, avrebbe un carattere meramente interlocutorio e temporaneo in attesa del provvedimento definitivo.

Diritto del minore a vivere nella propria famiglia e adottabilità: un intervento della Suprema Corte
Nel caso in esame la Corte di Cassazione (ordinanza 5 settembre 2018, n. 21686) si è pronunciata in tema di diritto del minore a vivere nella propria famiglia di origine e adottabilità del minore.

Assegno di mantenimento: modificabile dalle parti se non ha ad oggetto diritti indisponibili
Il Tribunale di Savona, Sezione civile, con sentenza del 1 marzo 2018 n. 253, ha statuito che il diritto di percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti in sede di divorzio, può essere modificato attraverso accordi modificativi intercorsi tra le parti, purché essi non abbiano ad oggetto diritti indisponibili e non interferiscano con l'accordo omologato e ne sia specificato il contenuto degli interessi ivi tutelati. Lo stabilisce il Tribunale Savona, sezione civile, sentenza 1 marzo 2018, n. 253.

Separazione coniugi: il giudice ha poteri istruttori attinenti alla tutela del minore
La Suprema Corte, con Cassazione civile, sez. I, ordinanza 24 agosto 2018, n. 21178, ha ribadito che la disciplina relativa alla crisi coniugale, ivi incluse la Legge sul divorzio e le norme codicistiche, operano una deroga alle regole generali sull’onere della prova, attribuendo al giudice poteri istruttori di ufficio per finalità pubblicistiche attinenti alla tutela dell’interesse preminente del minore. Ciò avuto riguardo, nel caso di specie, da un lato alla quantificazione dell’importo dell’assegno di mantenimento per i figli, rispetto alla quale le istanze delle parti non possono essere respinte sotto il profilo della mancata dimostrazione, da parte dell’istante, degli assunti sui quali le richieste sono basate; dall’altro, alla necessaria audizione del minore nei giudizi relativi a provvedimenti che lo riguardano, laddove il giudice può ritenere la stessa inopportuna qualora contrasti con il superiore interesse del fanciullo.

E’ valida la donazione di un bene della comunione legale da parte di un solo coniuge
La donazione di un bene facente parte della comunione legale dei beni a favore di un figlio è valida anche se posta in essere da uno solo dei coniugi, senza il consenso dell’altro, poiché quest’ultimo può sempre agire mediante l’azione di annullamento entro un anno (ai sensi dell’articolo 184 cod. civ.). Inoltre, in presenza di altri legittimari, ove la donazione sia lesiva delle loro ragioni, essi possono sempre agire con l’azione di riduzione. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, ordinanza 31 agosto 2018, n. 21503.

Eredità: è onere dell’attore provare la qualità di erede in capo al convenuto
Con sentenza del 30 agosto 2018, n. 21436, la Suprema Corte di Cassazione, Sezione lavoro, Presidente dott. Umberto Berrino, Giudice Relatore, dott.ssa Margherita Maria Leone, ha deciso in merito all’onere della prova sulla qualità di erede del convenuto. La Suprema Corte ha espresso il principio di diritto per il quale tale onere incombe sulla parte attrice, rappresentano la qualità di erede un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c.. A seguito di ciò, ha ritenuto che non sia sufficiente a provare la qualità di erede la mancata allegazione da parte del convenuto della rinuncia all’eredità, poiché ciò non configura un comportamento concludente riconducibile all’accettazione tacita di eredità. Pertanto, la Suprema Corte ha cassato senza rinvio la sentenza di merito che rigettava l’opposizione del chiamato, in quanto quest’ultimo difettava di legittimazione passiva.

Annullamento del matrimonio per esclusione del “bonum prolis”
Con sentenza n. 12/2018 del 21 marzo 2018 la Corte di appello di Cagliari, decidendo sul ricorso congiunto dei coniugi per la delibazione della sentenza del Tribunale Ecclesiastico di annullamento del matrimonio concordatario per esclusione del “bonum prolis” da parte del marito, dando seguito ad un costante indirizzo giurisprudenziale di legittimità (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 814 del 15/01/2009) e di merito (Corte Appello Lecce, Sez. civile, sentenza n. 7/2018 del 2/02/2018, in questa Rivista) ha affermato che la dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica non contrasta con i principi dell'ordine pubblico interno, sia per la diversità esistente tra i due ordinamenti sia per il fatto che l'ordinamento italiano non solo non prevede un principio essenziale di "non procreazione", ma configura il matrimonio come fondamento della famiglia, finalizzato cioè alla promozione di una società naturale che comprende anche i figli. La Corte di Appello, nella specie, evidenzia il favore particolare al riconoscimento che lo Stato italiano s'è imposto con il protocollo addizionale del 18 febbraio 1984, modificativo del Concordato, secondo cui la delibazione è ammissibile anche in caso di incompatibilità relativa (concorde esclusione del “bonum prolis”), restando irrilevanti circostanze, quali l’eventuale malattia contagiosa di uno dei coniugi pregiudizievole per la eventuale prole, che in concreto non abbiano assunto rilievo causale ai fini della dichiarazione di nullità del matrimonio.

Affido condiviso: cosa prevede il DDL Pillon
Il disegno di legge Pillon (atto Senato n. 735), che riprende il cognome del senatore leghista proponente, e che reca “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, nei prossimi giorni principierà il proprio iter parlamentare, preannunciando di attestarsi quale prima ed epocale riforma, nella delicatissima area del diritto di famiglia, dell’attuale legislatura. Presentato il I agosto scorso, ha destato il concreto interesse, riscontrando consenso e apprezzamenti diffusi, delle più cliccate testate telematiche.

Le frontiere della medicina riproduttiva: le decisioni delle Corti straniere
L’accesso di massa alle tecniche di riproduzione artificiale solleva ulteriori questioni giuridiche rilevanti. Vediamo come la giurisprudenza comparata affronta le questioni in materia di “proprietà” degli embrioni, conservazione dello sperma dell’aspirante genitore in fin di vita e servizi legati all’interruzione volontaria di gravidanza.

La comparsa di risposta nel giudizio di revocazione del trust non è prova della capacità patrimoniale del genitore
Rispetto agli elementi complessivamente considerati dalla Corte per determinare le capacità economiche della parte (quali, ad esempio, l’avvenuta costituzione del trust e la composizione patrimoniale dello stesso, nonché gli esiti delle indagini svolte dalla Guardia di Finanza, da cui è emersa la disponibilità di carte di credito con alti limiti di spesa, la cessione di partecipazioni societarie di rilevante valore e l’acquisto di immobili) il contenuto della comparsa di risposta nel giudizio di revocazione ordinaria del trust costituisce sostanzialmente un argomento a conforto, che non li smentisce, ma rimane privo di decisività probatoria. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 29 agosto 2018, n. 21366.

Minori stranieri non accompagnati: il Sindaco può fare da tutore?
Il Tribunale per i minorenni di Palermo, con decreto del 20 giugno 2018 (Presidente Micela), nel procedimento promosso dal procuratore minorile (ai sensi dell'art. 19, comma 5, del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 (modificato dall'art. 2 del decreto legislativo 22 dicembre 2017 n. 220), alla luce della necessità di nominare un tutore per una minore straniera non accompagnata, dato che allo stato non si rinvenivano, nell'elenco distrettuale di cui all'art. 11 della legge n. 47/17, tutori volontari disponibili ad assumere la tutela (a causa del numero delle tutele già assegnate e dell'ubicazione della struttura, lontana dal comune di residenza dei rimanenti tutori iscritti in elenco), nominava, in via provvisoria, quale tutore, il Sindaco del Comune ove insiste la struttura comunitaria. Lo ha stabilito il Tribunale per i Minorenni di Palermo, decreto 20 giugno 2018.

Il legittimario pretermesso non è tenuto all’accettazione con beneficio di inventario
Il legittimario pretermesso non è chiamato alla successione per il solo fatto della morte del de cuius, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l'esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento. Ne consegue che la condizione della preventiva accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario, stabilita dal primo comma dell'art. 564 c.c. per l'esercizio dell'azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualità di erede, e non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. II, sentenza 22 agosto 2018, n. 20971.

Il comportamento del padre che schiera la figlia contro la madre ne giustifica l’allontanamento
Il Tribunale dei minori di Brescia con decreto 26 luglio 2018 interviene in un caso di rifiuto ostinato della figlia nei confronti della figura materna per 3 anni, durante i quali, di fronte a difficoltà educative della figlia, il padre aveva scelto di schierarsi con quest’ultima alimentando la sua netta ostilità nei confronti della madre. Verificato il progressivo deterioramento del rapporto genitoriale materno, il Giudice minorile, ha constatato il comportamento arrogante e ingiustificato della minore, ritenendo che le avrebbe giovato l’allontanamento dal contesto paterno fortemente respingente verso la figura materna.

Negoziazione assistita: interesse del minore e accesso al divorzio diretto straniero
Con il decreto del Tribunale di Torino 1 giugno 2018, viene valutato il diritto di accesso alla negoziazione assistita da parte di coniugi cittadini stranieri non separati, la rilevanza della tutela dell’interesse del minore con riferimento all’autorizzazione dell’accordo e, in subordine, la possibilità per le parti di accedere al divorzio diretto se previsto dalla legge straniera applicabile in forza delle pertinenti norme di conflitto.

Illegittima la dichiarazione dello stato di abbandono della minore figlia di genitori tossicodipendenti
Alla luce delle significative convergenze della giurisprudenza costituzionale, della Corte Europea dei diritti dell'uomo, della Corte di giustizia UE e della giurisprudenza di legittimità, che la dichiarazione di stato di abbandono va reputata, sotto ogni aspetto, come l'extrema ratio (In applicazione di tale principio la Suprema Corte ha cassato la decisione della Corte d’Appello di Bologna che aveva dichiarato lo stato di abbandono della minore sul presupposto della tossicodipedenza di entrambi i genitori). Lo stabilisce la Cassazione Civile, sez. I, sentenza 22 agosto 2018, n. 20954.

Ammissibile il ricorso alla coordinazione genitoriale come strumento di gestione del conflitto
E’ ammissibile, nell’ambito di un procedimento di separazione personale, l’istanza presentata dal C.T.U. di avvalersi di un ausiliario con funzioni di “pedagogista/educatore di prossimità”, per attuare “un intervento di “Coordinazione Genitoriale” attraverso un’azione di supporto alla famiglia, nel tentativo di avviare precocemente il processo di riorganizzazione. Lo stabilisce il Tribunale di Roma, con sentenza 4 maggio 2018.

Come si calcola l'assegno di divorzio dopo la sentenza della Cassazione n. 18287/2018?
Non solo il tenore di vita, ma diversi sono i fattori da considerare ai fini del calcolo dell’assegno di divorzio (criterio c.d. “composito”). A stabilirlo è la recentissima sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 18287/2018. Consulta l’infografica contenente una tabella di confronto tra le sentenze nn. 11504/2017 e 18287/2018.Per approfondire: httpsbit.ly2ORG0Oy

“Biotestamento”: i confini della relazione terapeutica e il mandato di cura
Pubblichiamo di seguito l'articolo della Prof.ssa Borsellino, pubblicato su Famiglia e diritto, 8-9/2018, Ipsoa. Considerando la recente legge in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento nel suo complessivo impianto, e a muovere dal quadro normativo di carattere nazionale e sovranazionale che le fa da sfondo, l’articolo ne propone un’analisi volta a dar rilievo all’importante contributo dato dal provvedimento alla definizione di un modello di relazione terapeutica e di un paradigma assistenziale, la cui attuazione potrà garantire a ogni individuo, in qualunque situazione di malattia e sino alla fine della vita, un’assistenza appropriata alle sue condizioni e ai suoi bisogni e sempre rispettosa delle sue volontà.

Il diritto di visita dei nonni ai nipoti deve soddisfare l’interesse dei minori
Alla «luce dei principi desumibili dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, dall’art. 24, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dagli artt. 2 e 30 Cost., il diritto degli ascendenti, azionabile anche in giudizio, di instaurare e mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, previsto dall’art. 317 bis cod.civ., cui corrisponde lo speculare diritto del minore di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti, ai sensi dell’art. 315 bis cod.civ., si pone come un diritto pieno esclusivamente nei confronti dei terzi, laddove costituisce una posizione soggettiva recessiva di fronte al preminente interesse dei nipoti che è, in ogni caso, destinato a prevalere, laddove la frequentazione con i nonni non si esplichi in funzione di una loro crescita serena ed equilibrata, ma si traduca, al contrario, in una ragione di turbamento e di disequilibrio affettivo». Lo afferma la Cassazione civile con sentenza 25 luglio 2018 n. 19779.

Alienazione parentale: è ammissibile l’affido esclusivo del minore al genitore alienato
In presenza di una sindrome di alienazione parentale si dimostra priva di capacità genitoriale la madre che, con i condizionamenti esercitati sul figlio, ha annientato il rapporto del minore con il padre, così compromettendo il suo equilibrio interiore, così da esporlo ad un alto rischio di relazioni sociali e affettive disfunzionali. Il minore va, perciò, affidato in via esclusiva al padre il quale, nel corso del giudizio, ha sempre mostrato particolare attenzione alle esigenze del figlio ed ha manifestato rispetto verso la figura materna, ritenuta dallo stesso essenziale per la serenità del figlio, nonostante l’alto livello di conflittualità coniugale, così rivelando un’indubbia maturità. Lo stabilisce il Tribunale di Castrovillari, 27 luglio 2018, n. 728.

ADS vs beneficiario: chi decide sulle cure mediche?
Invece che elaborare e depositare DAT o nominare un fiduciario, viene nominato un Amministratore di sostegno con poteri di rappresentanza esclusiva. Nel decreto di nomina vengono delineati i suoi poteri, i suoi doveri, e traccia lo spazio d’intervento del Giudice tutelare, che è limitato ai casi di contrasto grave tra l’Amministratore e il beneficiario o i parenti, in relazione a un trattamento medico suggerito dai sanitari.
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